Tumori gastrointestinali, cure sempre più personalizzate: Lazio Network punta su biologia molecolare e terapie integrate

Tumori gastrointestinali, cure sempre più personalizzate: Lazio Network punta su biologia molecolare e terapie integrate

Tumori gastrointestinali, cure sempre più personalizzate: Lazio Network punta su biologia molecolare e terapie integrate

Al Lazio Network oltre sessanta specialisti esperti della regione sui tumori gastrointestinali: la cura deve cambiare passo, dal trattamento uguale per tutti alla presa in carico dinamica. 

In Italia i tumori gastrointestinali continuano a rappresentare un peso rilevante per il sistema sanitario, con oltre 60.000 nuove diagnosi ogni anno. Ma il modo di affrontarli sta cambiando profondamente. Curare queste neoplasie non significa più seguire una sequenza terapeutica standard e uguale per tutti, bensì costruire percorsi personalizzati, ridisegnati nel tempo sulla base della biologia del tumore, della risposta ai trattamenti e della storia clinica del paziente.

È questo il cambio di paradigma al centro del convegno “Lazio Network: Breaking News and Real-Life in Gastrointestinal Cancers”, promosso dall’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dall’ASL Latina, con la direzione scientifica delle oncologhe Emanuela Dell’Aquila e Federica Zoratto. L’incontro, giunto alla seconda edizione, ha riunito a Roma oltre sessanta specialisti provenienti dai principali centri oncologici del Lazio, con l’obiettivo di rafforzare la rete regionale dedicata ai tumori gastrointestinali.

Uno degli ambiti più innovativi riguarda i tumori dello stomaco e delle vie biliari, patologie che fino a pochi anni fa erano considerate “orfane” dal punto di vista terapeutico, perché prive di bersagli molecolari facilmente identificabili. Oggi, invece, anche queste neoplasie stanno diventando sempre più definite dal punto di vista genetico e biologico.

Individuare una specifica mutazione nel DNA del tumore permette infatti di scegliere farmaci mirati, capaci di colpire quel bersaglio con maggiore precisione. Non si tratta più di intervenire in modo indiscriminato, ma di agire sul meccanismo che sostiene la crescita della malattia. Lo stesso approccio si applica al tumore del colon-retto: all’IFO Regina Elena sono in partenza nuovi studi clinici dedicati a pazienti con specifici profili molecolari.

Un secondo fronte di innovazione riguarda i pazienti con malattia avanzata, in particolare quelli affetti da epatocarcinoma e colangiocarcinoma. Per molti di loro, fino a oggi, le opzioni terapeutiche erano prevalentemente sistemiche: chemioterapia, immunoterapia o farmaci a bersaglio molecolare. Oggi, però, si apre una prospettiva nuova grazie all’integrazione tra terapie sistemiche e trattamenti locoregionali.

Tra questi rientra la Radioembolizzazione Transarteriosa, nota come TARE. La tecnica consiste nella somministrazione, direttamente nelle arterie che alimentano il tumore, di microsfere contenenti materiale radioattivo. In questo modo la neoplasia viene colpita dall’interno, con un’azione mirata e localizzata.

All’IFO Regina Elena la radioembolizzazione viene eseguita dal 2004. Da allora sono state effettuate oltre 1.500 procedure, di cui più di 1.000 su pazienti con epatocarcinoma e circa 100 su pazienti con colangiocarcinoma. Numeri che collocano l’Istituto tra i centri pionieri in Italia nell’impiego di questa tecnologia e tra quelli a maggiore operatività nel Lazio.

I benefici della TARE non riguardano soltanto la riduzione della massa tumorale. In pazienti selezionati, questa procedura può consentire una sospensione temporanea di chemioterapia o immunoterapia, offrendo una pausa terapeutica programmata senza perdere il controllo della malattia. In alcuni casi, inoltre, può rendere possibile un intervento chirurgico o un trapianto in pazienti inizialmente considerati non operabili.

La conoscenza sempre più precisa della biologia tumorale apre anche una terza frontiera: in pazienti accuratamente selezionati, sulla base del profilo molecolare della malattia, l’intervento chirurgico potrebbe non essere sempre necessario. In questi casi il team multidisciplinare può scegliere una strategia di sorveglianza attiva, con controlli ravvicinati e rigorosi, evitando il ricorso immediato al bisturi.

Non si tratta di una rinuncia, ma di una decisione clinica consapevole, fondata sulle caratteristiche biologiche della malattia. Un approccio di questo tipo richiede però centri ad alto volume, competenze multidisciplinari e la capacità di individuare i pazienti più adatti, garantendo al tempo stesso un monitoraggio costante.

Nel panorama italiano, il tumore del colon-retto resta la neoplasia più frequente dell’apparato digerente, con circa 41.700 nuove diagnosi stimate nel 2025. Seguono il tumore dello stomaco, con circa 14.700 nuovi casi, e i tumori stromali gastrointestinali, i GIST, patologie rare con circa 900 nuove diagnosi l’anno. Sul fronte della sopravvivenza, i progressi sono tangibili: per il colon-retto la sopravvivenza a cinque anni si attesta al 64,2%, un dato superiore alla media europea, anche grazie allo screening e alla diagnosi precoce.

“Non si tratta di sostituire le terapie tradizionali, ma di integrarle in maniera intelligente. Oggi il paziente non segue più un percorso standard. Ogni caso viene rivalutato dal team multidisciplinare nelle diverse fasi della malattia, adattando le strategie terapeutiche alla risposta alle cure e alle caratteristiche biologiche del tumore”, spiega Emanuela Dell’Aquila, oncologa dell’IRE, referente per le neoplasie gastrointestinali e responsabile scientifica del congresso insieme a Federica Zoratto dell’ASL Latina.

“Non guardiamo più soltanto dove il tumore è nato, ma come è fatto. Due pazienti con la stessa diagnosi possono avere caratteristiche molecolari molto diverse e beneficiare di trattamenti differenti. Il profilo molecolare è diventato la nostra bussola”, aggiunge Dell’Aquila.

Secondo Giovanni Blandino, Direttore Scientifico dell’Istituto Regina Elena, la ricerca molecolare sta cambiando la mappa dei bersagli terapeutici. “Tumori che fino a pochi anni fa non avevano opzioni di personalizzazione oggi hanno profili genetici sempre più leggibili e su quei profili stiamo costruendo studi clinici dedicati. L’IFO punta a diventare l’hub regionale per la profilazione molecolare dei tumori gastrointestinali, un luogo dove le informazioni biologiche generate nei diversi centri del Lazio vengono trasformate in opportunità terapeutiche, ricerca clinica e decisioni condivise”.

Il valore della rete regionale viene sottolineato anche da Livio De Angelis, Direttore Generale degli IFO. “Fare rete non è una formula retorica: è la condizione perché tutti i pazienti abbiano accesso alle migliori cure indipendentemente da dove abitano. Con l’ASL Latina lavoriamo già fianco a fianco, dalla profilazione molecolare ai percorsi di cura condivisi, e lo stesso vale per tutti i professionisti del Lazio Network”.

Per De Angelis, l’IFO, in quanto centro di alta specializzazione oncologica, ha il compito di fare da collante tra le eccellenze della regione, mettendo insieme competenze diverse e garantendo risposte personalizzate alla complessità di ogni caso. “Costruire reti oncologiche significa investire in un formidabile strumento di cura”, afferma.

A chiudere il quadro è Federica Zoratto, oncologa dell’ASL Latina e co-responsabile scientifica dell’evento: “Il congresso, giunto alla seconda edizione, punta a consolidare la rete regionale dei tumori gastrointestinali, favorendo il confronto tra specialisti e la collaborazione tra centri per migliorare la qualità delle cure e l’accesso all’innovazione terapeutica”.

Il messaggio che emerge dal confronto è chiaro: il futuro della cura dei tumori gastrointestinali passa dalla personalizzazione, dall’integrazione tra tecnologie e competenze e da una rete capace di rendere l’innovazione accessibile a tutti i pazienti.

18 Giugno 2026

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