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Una nuova Medicina del territorio è possibile anche senza Case della Comunità

di Domenico De Felice

16 GIU -

Gentile direttore,
ho letto con attenzione la lettera di Guido Citoni. Ne ho apprezzato la motivazione di fondo che anima almeno una proposta innovativa per la medicina di primo contatto. Ma il problema è che occorrerebbe uscire, nella medicina di base, dal concetto ormai desueto nella sanità pubblica di privato accreditato.

In Regione Lombardia, ad esempio, sappiamo che il 68% dell’ospedalità pubblica è privata accreditata che, con la mancanza di adeguati controlli, provoca criticità.

La stessa cosa succede con il medico di base, come abbiamo visto e subito durante il periodo del Covid.

Orari limitati, segretarie e/o segreterie invalicabili.

Poi ci sono gli eroi, ma non servono alla medicina.

E spesso ormai non serve nemmeno “il medico di famiglia” come residuo baluardo di quello che il cittadino ancora considera il “proprio medico” come se potesse, essendo massimalista, ricordare tutto e tutti.

Allora secondo il mio modesto parere occorrerebbe veramente svoltare. Come realmente?

Una nuova facoltà di “Medicina del territorio”. 5 anni per studiare i sintomi, le diagnosi e le terapie. Le nozioni di pronto soccorso, le nozioni alimentari e sportive. Senza medicina specialistica e chirurgica. Ma senza laurearsi in medicina e dover fare una specialistica o un corso regionale. Con le ovvie limitazioni rispetto al corso di medicina e chirurgia e successive specialità che occupano dieci anni di vita. Non medici di secondo grado ma collaboratori importanti.

In questa ottica occorrerebbe fondare reparti di medicina del territorio aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7 in ogni struttura sanitaria pubblica e privata accreditata con medici del territorio dipendenti per accudire i cittadini e liberare i Pronto Soccorsi per le urgenze vere. Sarebbero così a contatto diretto con medici specialistici per giungere ad una diagnosi completa ed approfondita ove occorra.

Possibilità per i medici del territorio di avere uno studio privato all’interno delle strutture sanitarie oltre gli orari di lavoro. Una scelta libera, non obbligata, per chi vuole e può.

Cancellazione immediata delle case di comunità, isole nel deserto, che diventerebbero doppioni inutili ed incomplete rispetto al mondo ospedaliero.

Si potrebbe partire da questi semplici punti per far tornare importante la medicina di famiglia intesa come medicina di fiducia. In questa ottica da tempo ho chiesto un incontro con il Presidente del Consiglio per esporre idee forse rivoluzionarie e che occorrono di qualche anno di tempo per far laureare nuovi prestatori di una opera che deve ritornare al centro della salute e della malattia del cittadino e non essere spesso relegata, come avviene ora, a ricopiare ricette su ricette o a filtrare prestazioni richieste dagli specialisti per far risparmiare il sistema.

Continuerò giorno dopo giorno ad inviare una PEC per farmi ascoltare in quell’ottica di coinvolgimento del ministero della cultura e della salute.

De Felice Domenico

Medico oculista



16 giugno 2023
© Riproduzione riservata

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