Chi è senza errore scagli la prima pietra

Chi è senza errore scagli la prima pietra

Chi è senza errore scagli la prima pietra

Gentile Direttore il dibattito pubblico e mediatico che circonda tragici eventi di cronaca come il caso Fakir di Bologna evidenzia una deriva culturale e sociale preoccupante: l’arroganza di ergersi a giudici a prescindere, la pretesa di un'infallibilità assoluta da parte di chi opera in prima linea...

Gentile Direttore
il dibattito pubblico e mediatico che circonda tragici eventi di cronaca come il caso Fakir di Bologna evidenzia una deriva culturale e sociale preoccupante: l’arroganza di ergersi a giudici a prescindere, la pretesa di un’infallibilità assoluta da parte di chi opera in prima linea e la contestuale necessità di individuare un colpevole a tutti i costi.

In questo tribunale della semplificazione, alimentato dai social network e da un linguaggio violento che fa leva su un pensiero critico ridotto, dinamiche cliniche e operative di estrema complessità vengono ridotte a una narrazione binaria e deterministica, dimenticando le intrinseche determinanti delle azioni umane: la probabilità e la casualità.

Si pretende la perfezione da chi agisce nel caos dell’emergenza. Figure professionali diverse – poliziotti, soccorritori, medici – vengono sbrigativamente etichettate come “assassini”, confondendo il possibile errore esecutivo o la carenza strutturale con la volontà dolosa, e ignorando la realtà scientifica di una delle più drammatiche emergenze mediche tempo-dipendenti: il delirio iperattivo con grave agitazione psicomotoria. La letteratura scientifica internazionale è categorica nel definire questa condizione come una patologia acuta gravata da un significativo rischio di mortalità intrinseco, stimato tra il 3% e il 10% già nella fase acuta (come quella dell’infarto per dare un termine di paragone).

L’organismo del paziente si trova nella condizione di un motore da corsa lasciato al massimo dei giri con il freno a mano tirato. Lo sforzo muscolare estremo e incontrollato innesca una tempesta adrenergica massiva, un crollo della capacità respiratoria e della gittata cardiaca, e un’acidosi metabolica severa che espone il soggetto al rischio imminente di aritmie cardiache letali. Questa letalità di base prescinde da qualsiasi intervento esterno ed è ulteriormente amplificata da fattori concorrenti quali l’obesità, lo stato di agitazione estrema o il pregresso utilizzo di farmaci neurolettici.

In questo quadro drammatico, l’affermazione secondo cui l’assenza di pronazione forzata avrebbe matematicamente garantito la sopravvivenza del paziente risulta scientificamente infondata e clinicamente fuorviante. I dati dimostrano che anche in regime di immobilizzazione senza pronazione il rischio permane concreto, con un Number Needed to Harm (NNH) stimato intorno a 33, con decessi ampiamente documentati per arresto cardiaco da esaurimento metabolico o per asfissia ab ingestis. Scagliare la pietra dell’accusa non significa analizzare i fatti: è indiscutibile che l’adozione della pronazione forzata prolungata del tronco agisca come un gravissimo fattore di amplificazione del rischio meccanico e asfittico, facendo crollare l’NNH a circa 5 (con una mortalità del 15-20%) e legandosi statisticamente all’80% dei decessi in corso di immobilizzazione fisica.

Tuttavia, se da un lato la manovra ha aumentato in modo esponenziale la probabilità statistica del decesso, dall’altro è scorretto attribuirle l’esclusività causale. La condizione clinica di partenza può talmente compromessa da escludere qualsiasi certezza matematica di salvabilità. Si tratta di una drammatica concausalità, non di una causa unica. Allo stesso modo, la focalizzazione esasperata sui presunti ritardi della sedazione o sull’assenza del medico a bordo dell’ambulanza sposta ingiustamente la colpa sui singoli operatori. Si ignora, così, che la carenza di medici nell’emergenza territoriale è una quasi quotidianità strutturale del nostro sistema da anni, non un’omissione del personale in servizio.

Inoltre, intervenire farmacologicamente su un paziente in stato di agitazione psicomotoria estrema e in un contesto caotico, rappresenta una procedura ad altissimo rischio che richiede valutazioni complesse e cautele estreme, non un automatismo da eseguire meccanicamente in pochi secondi. In un tentativo di contenzione a scopo di sedazione possono succedere eventi indesiderati indipendentemente dalla volontà degli operatori e del paziente per motivi diversi, come la difficoltà di decidere la modalità della contenzione, di dosare la forza da parte degli operatori per l’opposizione violenta e le azioni inconsulte del paziente che si sente aggredito, per le condizioni cliniche pregresse del paziente non conoscibili al momento. Anche i professionisti più competenti possono commettere errori di valutazione sotto stress estremo, ma l’errore clinico o operativo non può e non deve essere confuso con il dolo. Accusare, umiliare pubblicamente e sottoporre alla gogna mediatica chi opera in prima linea produce un effetto perverso a lungo termine: la disaffezione verso professioni già intrinsecamente pericolose e logoranti.

Il rischio concreto è una fuga di massa dalla medicina d’emergenza e dai servizi di pubblica sicurezza, alimentando una medicina difensiva che lascerà la società ancora più sguarnita e vulnerabile proprio di fronte a quelle emergenze dove il fattore umano e il tempo fanno la differenza tra la vita e la morte. Prima di condannare, la società dovrebbe ricordare che la perfezione non appartiene all’essere umano, soprattutto quando si trova a gestire il caos della malattia e della violenza. I più bravi sono quelli che sbagliano di meno. Non sbagliano mai solo quelli che stanno sull’albero a cantare, i fanatici della condanna a prescindere, i tuttologi spiegatori di cose di cui hanno solo orecchiato, i media che prescindendo da qualsiasi argomentazione scientifica si inventano la contrapposizione binaria: da un lato la povera vittima inerme, dall’altro gli operatori ignoranti, cattivi e persino “assassini”. Chi prescinde da questo scenario diventa un “insabbiatore”.

Volendo dare credito a reti sociali che diffondono a piene mani opinioni estreme con falsità evidenti e teorie cospirative che attirano un seguito enorme di persone con l’anima spavalda zeppa di credenze mai verificate, con pensiero critico assente o molto debole, che favoriscono le visioni semplicistiche di problemi complessi, che scambiano un errore con un evento criminoso, capaci di scatenare una piazza fragile al confine con l’ ottusità, rischiamo di perdere gli essential workers, i lavoratori non sostituibili nemmeno dalla tecnologia più avanzata, mentre bisognerebbe pensare a formarli meglio, retribuirli meglio e sottoporli a turni meno stressanti.

Franco Cosmi
Medico cardiologo. Perugia

Rosario Brischetto
Medico internista. Acireale

29 Luglio 2026

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