Covid-19, una pandemia con una narrazione asimmetrica

Covid-19, una pandemia con una narrazione asimmetrica

Covid-19, una pandemia con una narrazione asimmetrica

Gentile Direttore,
la scena mediatica continua ad esser dominata da una narrazione tutt’altro che appropriata della pandemia. A tal proposito il sottoscritto, che dal 1995 è un “Diplomato del Collegio Europeo di Patologia Veterinaria”, coniò oltre due anni fa l’espressione “asimmetria narrativa” per descrivere l’incessante galleria di Virologi, Infettivologi, Microbiologi, Epidemiologi, Pneumologi, Cardiologi che, senza soluzione di continuità, popolavano “cotidie” i media nazionali ed internazionali.

E, per quanto lungi da chi scrive sia la benché minima tentazione di disconoscere il fondamentale contributo apportato da costoro alla conoscenza del virus SARS-CoV-2 e delle sue oltremodo complesse ed intriganti dinamiche d’interazione con l’ospite, andrebbe tuttavia sottolineato a chiare lettere che, pur nelle differenze che caratterizzano i rispettivi “ambiti di manovra”, gli Studiosi anzidetti si sono occupati e si occupano prevalentemente – se non esclusivamente – della “dimensione intra vitam” dell’infezione e della malattia.

Ne consegue che la sola figura preposta a definirne la “dimensione post mortem” era ed è il Patologo, alle cui approfondite ricerche si deve la comprensione di alcuni fondamentali aspetti patogenetici dell’infezione da SARS-CoV-2, primo fra tutti lo spiccato “endoteliotropismo” che consentirebbe al virus di colonizzare molti, se non tutti i nostri tessuti, ivi compresa la compagine cerebrale (altro che “virus respiratorio”, come pervicacemente asserivano certi nostri insigni Virologi ed Infettivologi!).

Ciononostante, come ebbi a denunciare oltre due anni fa su prestigiose Riviste quali Science e BMJ, il Patologo era – ed è tuttora – pressoché assente dalla scena mediatica.

Ma come si può pensare di monitorare in maniera efficace e capillare la continua e progressiva emergenza di nuove varianti virali (per le quali potrebbero a breve non bastare più le lettere dell’alfabeto greco!) narrando in maniera pressoché esclusiva le “traiettorie” che il virus compie all’interno della specie “Homo sapiens sapiens”?

Se da un lato, infatti, la probabile quanto plausibile origine del betacoronavirus SARS-CoV-2 sarebbe da ricercare nel mondo animale, così come è già stato chiaramente documentato per i suoi due “predecessori” SARS-CoV e MERS-CoV oltre che per almeno i due terzi degli agenti responsabili delle “malattie infettive emergenti”, sarebbero ben 23, dall’altro lato, le specie animali domestiche e selvatiche dichiarate (naturalmente e/o sperimentalmente) suscettibili nei confronti dell’infezione da SARS-CoV-2.

A queste si sono appena aggiunti altri animali appartenenti alle Famiglie dei Procionidi e dei Viverridi. E, sebbene tutte le specie anzidette avrebbero acquisito “in prima battuta” il virus dall’uomo, per poi consentirne la diffusione al proprio interno –  come avvenuto nei visoni allevati nei Paesi Bassi e in Danimarca,  nonché nei cervi a coda bianca statunitensi -, è stato altresì dimostrato che SARS-CoV-2 può anche esser trasmesso dagli animali all’uomo.

Particolarmente emblematico risulterebbe, in proposito, il caso dei visoni mantenuti negli allevamenti intensivi olandesi e danesi, che una volta acquisito il virus dall’uomo glielo avrebbero quindi “restituito” in forma mutata (variante “cluster 5”), mentre un singolare caso d’infezione sostenuto da una variante di SARS-CoV-2 selezionatasi nella locale popolazione di cervi a coda bianca (Odocoileus virginianus) sarebbe stato recentemente descritto in un nostro consimile canadese.

Per completezza d’informazione aggiungerei i casi d’infezione da variante “Delta” registratisi qualche mese fa ad Hong Kong in clienti e impiegati di esercizi commerciali dediti alla compravendita di animali d’affezione, casi che sarebbero stati verosimilmente trasmessi da criceti importati dai Paesi Bassi.

Da segnalare, inoltre, il recentissimo caso d’infezione – anch’esso da variante “Delta” – acquisito da una Collega Veterinaria tailandese (presumibilmente per via oculare e tramite uno starnuto) ad opera di un gatto SARS-CoV-2-infetto che era stato portato a visita presso il suo ambulatorio.

“Last but not least”, casi d’infezione da variante “Alfa” sono stati riferiti in cani e gatti cardiopatici in Francia, mentre casi d’infezione da variante “Delta” sono stati descritti in cani paucisintomatici e sintomatici in Spagna, unitamente a casi d’infezione sostenuti dalla contagiosa variante “Omicron” nei cervi a coda bianca degli Stati di New York e dell’Ohio, oltre che in alcuni cani asintomatici.

A fronte di quanto sopra assistiamo tuttora, nostro malgrado, ad una narrazione mediatica totalmente asimmetrica della Covid-19 e dell’infezione da SARS-CoV-2 che la sottende, in un’ottica scandita da un miope quanto ingiustificato “antropocentrismo ed antropomorfismo”, come eloquentemente dimostrato, peraltro, dalla mancata cooptazione dei Medici Veterinari in seno al CTS nei due anni che ne hanno caratterizzato la fin troppo breve esistenza!

Tutto ciò per buona pace, ancora una volta, della tanto sbandierata quanto bistrattata “One Health” – la salute unica di uomo, animali ed ambiente – e nel bel mezzo degli allarmanti cambiamenti climatici che con crescente frequenza ed intensità stanno caratterizzando la presente era dell’“Antropocene”.

Giovanni Di Guardo 
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo 

22 Agosto 2022

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