Cronaca di una giovane logopedista

Cronaca di una giovane logopedista

Cronaca di una giovane logopedista

Gentile Direttore,
credo che nei professionisti che si occupano di salute mentale debba esserci una forza nascosta, una particolare ostinazione del cuore che ci spinge ogni giorno al di là delle sofferenze in cui ci imbattiamo. Forse, una più grande speranza nella possibilità di cambiamento dell’essere umano è all’origine di questa profonda resilienza.

Mi piace pensare poi che la motivazione a esercitare una professione di riabilitazione e cura sia legata anche a una buona dose di generosità e di voglia di riscatto, ovvero all’esigenza di regalare a un altro essere umano nuove possibilità per realizzare una vita migliore della precedente. Sembrerebbe dunque una nobile professione quella del logopedista che, mettendo in gioco se stesso, cerca di ricucire insieme i suoni e le parole frammentate di chi ha perso o non ha ancora trovato la propria musica.

Il terapista del linguaggio segue un’impostazione propriamente medica e di fronte a un’incapacità di comunicare più o meno invalidante o addirittura a un’apparente impossibilità di rapportarsi con l’esterno, si adopera nei modi più disparati affinché il paziente possa esprimere agli altri il proprio mondo interiore. Ma la domanda centrale è: sembrerebbe una nobile professione a chi? Chi, nella società attuale, dà veramente valore al lavoro del logopedista? Pochi. E certamente non le classi dirigenti. Del resto lo sappiamo bene tutti quanti, per loro è certamente più importante finanziare la costruzione di una nave da guerra piuttosto che l’acquisto di materiali ad alta tecnologia per la riabilitazione di bambini affetti da gravi patologie della comunicazione.

Per questo, poi, nei centri di riabilitazione, in particolare in quelli convenzionati, i lavoratori si ritrovano ad esercitare la propria professione in condizioni di pieno sfruttamento e scarsa tutela. Noi diventiamo macchine di una fabbrica e i bambini vengono dimenticati. In testa, però, ci rimane il sorriso di ognuno di loro, quel sorriso che siamo riusciti a strappargli qualche volta nonostante la stanchezza e i ritmi di lavoro elevatissimi, nonostante i pochi strumenti a disposizione e la continua svalutazione del nostro lavoro da parte di chi certamente potrebbe fare di più.

Eppure quel sorriso una volta lo abbiamo conquistato e rimane quella voce da dentro che ti dice di cercare ancora e di provare sempre nuove strade per permettere a ciascun bambino di scoprire e poi di comunicare il meraviglioso mondo che ha dentro. Il nostro lavoro pertanto non si ferma e recupera tutta la sua dignità calpestata nel momento in cui si racconta che, in questo mondo, per fortuna, non esistono solo storie di sopraffazione, ma anche storie di vera e propria trasformazione grazie all’amore e all’interesse per l’altro.

Concludo con questa breve citazione dal film “Vita di Pi” e mi rivolgo a te, piccolo pazientino, che ogni giorno mi costringi a non arrendermi e che mi hai dato l’ispirazione per raccontare in queste poche righe l’amore per un lavoro continuo di ricerca e di cura: “Sì, Richard Parker è una tigre, ma avrei tanto voluto dirgli: “È finita, siamo sopravvissuti, grazie per avermi salvato la vita. Ti voglio bene Richard Parker, sarai sempre dentro il mio cuore”.

Elena Benedetti
Logopedista

04 Agosto 2023

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