Disabilità: la psicologia può dare concretezza al D. Lgs. 62/2024 ma serve collaborazione istituzionale

Disabilità: la psicologia può dare concretezza al D. Lgs. 62/2024 ma serve collaborazione istituzionale

Disabilità: la psicologia può dare concretezza al D. Lgs. 62/2024 ma serve collaborazione istituzionale

Gentile Direttore, il D.Lgs. 62/2024 promette un cambiamento profondo: superare l’approccio medico-legale e adottare una lettura della disabilità come esito dell’interazione tra condizioni di salute e contesto di vita. Non è un dettaglio tecnico, né un aggiustamento procedurale. È un cambio di paradigma...

Gentile Direttore,
il D.Lgs. 62/2024 promette un cambiamento profondo: superare l’approccio medico-legale e adottare una lettura della disabilità come esito dell’interazione tra condizioni di salute e contesto di vita. Non è un dettaglio tecnico, né un aggiustamento procedurale. È un cambio di paradigma.

In questo modello, la psicologia non è un’aggiunta. È una condizione di funzionamento. Senza un presidio psicologico reale, il nuovo impianto rischia di restare sulla carta.

Dal certificare al comprendere
La valutazione multidimensionale è fondata su metodo multidisciplinare e approccio bio-psico-sociale. Deve rilevare gli obiettivi della persona, a partire dai suoi desideri e dalle sue aspettative, individuare barriere e facilitatori nei diversi contesti di vita e formulare valutazioni sul profilo di salute fisica, mentale, intellettiva e sensoriale, sui bisogni e sui domini della qualità della vita.

Tradotto: non basta dire che cos’ha una persona. Bisogna capire come vive.

Significa leggere il funzionamento nei contesti reali — scuola, lavoro, relazioni — e costruire con la persona un progetto di vita. Non per lei, ma con lei.
Qui la competenza psicologica è indispensabile. Non per “fare test”, ma per dare senso ai dati, integrare storia personale e contesto, orientare le scelte.

Il contributo psicologico: oltre la testistica, tre funzioni chiave
È necessario sgombrare il campo da un equivoco diffuso: la funzione psicologica in questo modello non si esaurisce nella somministrazione di test. Quella è una competenza tecnica necessaria, ma non sufficiente.

Il contributo psicologico si gioca su tre piani.
• Lettura del funzionamento della persona nel contesto: trasformare i dati alla luce della storia personale, delle relazioni e delle condizioni ambientali in significato, non in punteggi.
• Lavoro clinico con la persona e la famiglia: accompagnare entrambi nei passaggi di vita, dove diagnosi e cambiamenti generano sofferenza reale. Se non viene presidiata, rischia di tradursi in blocchi e abbandoni del percorso.
• Progettazione nei sistemi: stare nei tavoli in cui si decidono risorse e percorsi, traducendo bisogni individuali in scelte concrete.

Il progetto di vita si articola su quattro aree — apprendimento e socialità, formazione e lavoro, casa e habitat sociale, salute — e attraversarle in modo coerente richiede uno psicologo capace di stare nei tavoli istituzionali, non solo nella stanza di valutazione. Senza questa integrazione, il progetto di vita rischia di essere solo un documento ben scritto.
Questi tre piani delineano un professionista che si muove tra dimensione individuale e istituzionale: non un tecnico isolato, non un terapeuta chiuso nel proprio studio.

Una prova sul campo: l’esperienza di Torino
I principi hanno bisogno di verifica empirica. Nell’ASL Città di Torino, la S.C. Psicologia Aziendale ha istituito da circa tre anni il Servizio di Psicologia Clinica per la Disabilità in Età di Transizione (SPCD-T), rivolto a persone con disabilità intellettiva lieve tra i 17 e i 35 anni — il momento in cui i percorsi di vita si biforcano tra autonomia e dipendenza.

Le aree di intervento del servizio — valutazione del funzionamento cognitivo e adattivo restituita in forma comprensibile, supporto psicologico a persona e caregiver, accompagnamento nella costruzione del progetto di vita, co-progettazione con servizi ed enti del territorio — anticipano quasi punto per punto l’architettura che il decreto oggi formalizza su scala nazionale.

L’esperienza più istruttiva riguarda proprio la co-progettazione: non consulenze su richiesta, ma presenza stabile dello psicologo nei tavoli in cui si decidono risorse e percorsi, con la capacità di tradurre il bisogno individuale in scelte organizzative concrete.

Tre anni di attività insegnano una cosa su tutte: senza un presidio psicologico stabile e longitudinale, il progetto di vita rischia di restare un documento, invece di essere un processo vivo, capace di adattarsi quando la persona cambia.
Le esperienze territoriali mostrano che il modello è praticabile. Dove manca questa continuità, il rischio è l’opposto: buone cornici normative, ma percorsi fragili.

Il nodo da sciogliere: due psicologie che rischiano di non parlarsi
Qui si apre la criticità più concreta, e anche la più sottovalutata nel dibattito pubblico sulla riforma.
INPS sta assumendo propri psicologi per le Unità di Valutazione di Base. Il SSN ne ha già, distribuiti nei servizi territoriali.
Il rischio è che queste due componenti lavorino in parallelo, ciascuna nel proprio perimetro, senza un’integrazione reale lungo il percorso della persona.

Serve una divisione di funzioni esplicita, non lasciata all’iniziativa locale. Lo psicologo INPS ha senso nella valutazione di base: legge la dimensione psicologica del funzionamento e applica l’ICF con rigore clinico. Lo psicologo SSN ha senso nel progetto di vita: conosce la persona nel tempo, conosce il territorio, trasforma una valutazione puntuale in accompagnamento continuativo e lavora sulla sofferenza che il percorso genera.

Se non si definiscono con chiarezza le funzioni — chi fa cosa, quando e come — gli esiti possibili sono due: duplicazioni inefficaci o vuoti di presa in carico, perché ciascuno presume che intervenga l’altro.
La proposta è semplice: definire formalmente le funzioni nei diversi momenti del percorso e costruire un passaggio strutturato tra psicologo INPS e psicologo SSN, che sia trasmissione clinica reale e non mero adempimento documentale.
La distinzione è semplice: valutazione di base da un lato, progetto di vita dall’altro.
Ma deve diventare operativa: protocolli, passaggi strutturati, responsabilità definite.

Terzo settore: opportunità, non scorciatoia
Il decreto attribuisce alla co-progettazione con il terzo settore un ruolo strutturale. È un punto di forza. Gli enti del terzo settore non sono uno strumento di supplenza per un sistema pubblico sotto organico: sono parte integrante dell’architettura del modello bio-psico-sociale.
Serve però realismo. La collaborazione funziona dove esiste un tessuto robusto e competente — e non è così ovunque. E soprattutto funziona solo se il pubblico mantiene una guida clinica solida.

Chi legge il funzionamento orienta il progetto. Se il SSN arretra in questa fase, rischia di intervenire solo a valle, come erogatore di prestazioni decise altrove.
Affinché la co-progettazione sia reale, l’ente pubblico deve mantenere un presidio clinico forte nella fase di valutazione.
Su questo punto emerge anche un nodo operativo: l’attuazione delle nuove funzioni di raccordo tra valutazione e progetto di vita non è oggi accompagnata da risorse aggiuntive dedicate al personale del SSN. Un elemento che la programmazione regionale dovrà necessariamente considerare.

La vera sfida
La riforma non si gioca sulle definizioni. Si gioca sull’integrazione.
INPS, SSN, enti locali e terzo settore devono costruire pratiche condivise, non solo enunciarle.
Senza questa collaborazione, il modello bio-psico-sociale resta un linguaggio nuovo che descrive pratiche vecchie.
Il D.Lgs. 62/2024 chiede alle istituzioni qualcosa che i sistemi pubblici fanno storicamente fatica a realizzare: collaborare tra culture organizzative diverse, con linguaggi e prassi che non si sono mai davvero integrate.

INPS e SSN non hanno una tradizione consolidata di lavoro congiunto strutturato. Questa è, insieme, la difficoltà maggiore e la posta in gioco più alta della riforma.
Il modello bio-psico-sociale non si realizza con un cambio di terminologia normativa. Si realizza solo se le funzioni psicologiche sono definite con precisione lungo tutto il percorso — dalla valutazione di base al progetto di vita — e se le istituzioni coinvolte costruiscono protocolli di collaborazione reali, e non dichiarazioni di intenti.

L’esperienza territoriale dimostra che è possibile.
Renderla sistema, e non un’eccezione virtuosa, è il compito che resta da affrontare — e da assumersi, fin da ora.

Dott.ssa Monica Agnesone
Direttrice della SC Psicologia Aziendale ASL Città di Torino

Dott.ssa Marianna Vaccaro
Dirigente Psicologo SPCD-T, SC Psicologia Aziendale ASL Città di Torino

03 Luglio 2026

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