Essere infermieri oggi: tra responsabilità, invisibilità e dignità da riconquistare 

Essere infermieri oggi: tra responsabilità, invisibilità e dignità da riconquistare 

Essere infermieri oggi: tra responsabilità, invisibilità e dignità da riconquistare 

Gentile Direttore,
ho letto con attenzione l’intervento del dott. Pierino Di Silverio sul tema dell’atto medico, della responsabilità professionale e del futuro della sanità pubblica. Condivido molte delle preoccupazioni espresse, in particolare quelle legate al progressivo impoverimento del Servizio Sanitario Nazionale, alla fuga dei professionisti e all’urgenza di investire in capitale umano.

Apprezzo la passione e la chiarezza con cui viene difesa la professione medica; tuttavia, in qualità di infermiere con un’esperienza prossima ai vent’anni, sento il dovere di offrire alcune riflessioni che nascono da una prospettiva troppo spesso marginalizzata nel dibattito istituzionale.

È opportuno precisare che né il sottoscritto né la maggior parte dei colleghi ha mai avanzato richieste di attribuzione di funzioni diagnostico-terapeutiche, consapevoli della complessità e della responsabilità che queste comportano. Le funzioni proprie dell’assistenza infermieristica, così come delineate dal nostro profilo professionale, sono già numerose e rilevanti, e richiedono un impegno costante e qualificato.

L’infermiere, come definito dal proprio Profilo Professionale (DM 739/1994), dalla Legge 42/1999, dalla Legge 251/2000 e successive, è un professionista sanitario autonomo, responsabile della pianificazione, gestione e valutazione dell’assistenza infermieristica, anche attraverso strumenti propri del ragionamento clinico. (Sono oltre 30 anni che ci occupiamo di diagnosi infermieristiche, processo di nursing (il problem solving dell’infermieristica), piani di assistenza individualizzati (PAI). Inoltre, l’infermiere è il garante (e quindi responsabile) della somministrazione della terapia medica. Tali competenze sono riconosciute e valorizzate anche in ambito europeo, come stabilito dalla Direttiva 2013/55/UE, che delinea standard minimi di formazione e qualificazione.

Non si tratta, quindi, di una figura ancillare o meramente esecutiva, come spesso viene ancora vista, ma di un “attore” essenziale ed insostituibile all’interno del percorso di cura e dell’assistenza, descritta dal giuslavorista e da molte sentenze come professione intellettuale!

Tuttavia, nella pratica quotidiana, si assiste troppo spesso a fenomeni di sistematico demansionamento, con infermieri chiamati a farsi carico ogni giorno – più o meno formalmente – di compiti o mansioni proprie del personale di supporto (definite inferiori) a causa di carenze organizzative, o addirittura sovraccaricati da incombenze che esulano dalle loro attribuzioni, in assenza di un adeguato riconoscimento economico e professionale. Tale situazione, oltre a violare i principi sanciti dalla normativa vigente e dalla giurisprudenza (Cass. Civ. Sez. Lav. n. 7961/2011), mortifica la dignità professionale degli infermieri e mina l’efficacia dell’intero sistema assistenziale.

Non chiediamo di sostituirci ai medici, né tantomeno di espropriare competenze che appartengono legittimamente alla professione medica. Chiediamo semplicemente di poter esercitare pienamente e responsabilmente le nostre competenze, così come definite dal nostro ordinamento, all’interno di un contesto che valorizzi tutte le professioni sanitarie in modo equo, chiaro e coerente.

Infine, l’utilizzo dell’espressione “furto della professione medica” rischia di alimentare un clima di contrapposizione tra professionisti che, nella realtà operativa, condividono le medesime criticità: turni notturni e festivi, carichi di lavoro eccessivi, gravi carenze di organico, pressioni burocratiche crescenti, retribuzioni non adeguate (soprattutto per noi infermieri!) e un progressivo svuotamento del riconoscimento professionale. Tutti fattori che contribuiscono in modo significativo al fenomeno del burnout, alla migrazione verso contesti lavorativi esteri più attrattivi o, nei casi più drammatici, alla decisione di abbandonare del tutto la professione cercando altro.

Se davvero vogliamo evitare una pericolosa “confusione di ruoli”, allora iniziamo a definire e, soprattutto, a rispettare i confini e le responsabilità delle diverse professioni sanitarie. Serve una riforma coraggiosa e strutturale, che investa su formazione, carriera, contratto e riconoscimento economico per tutti gli operatori sanitari, superando ogni logica di contrapposizione. Infine, se vogliamo realmente rendere attrattivo il lavoro nelle corsie, il primo passo è un piano strutturale di assunzioni, valorizzazione contrattuale e sviluppo di carriera per tutte le professioni sanitarie, non solo per alcune. Di fatto, la nostra professione risulta sostanzialmente appiattita, senza una reale distinzione tra un laureato triennale e un collega che abbia completato l’intero percorso formativo, della durata complessiva di dieci anni.
(Laurea triennale, master di primo livello (un anno), laurea magistrale (due anni), master di secondo livello (un anno), dottorato di ricerca (tre anni)).

Solo attraverso una reale valorizzazione delle competenze, un rafforzamento della collaborazione interdisciplinare e una visione moderna del concetto di atto sanitario potremo restituire dignità al nostro Servizio Sanitario Nazionale e garantire ai cittadini cure sicure, efficaci e di qualità.

Massimiliano Gentili
Infermiere

22 Aprile 2025

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