Gentile Direttore,
da patologo veterinario e da docente universitario (attualmente in pensione) che ha dedicato 40 anni della propria vita allo studio delle malattie infettive, mi sento in dovere di esprimere alcune considerazioni sul focolaio d’infezione da Hantavirus recentemente insorto sulla nave da crociera olandese “MV Hondius”.
La prima, fondamentale premessa risiede nel dato, ampiamente comprovato, secondo cui gli agenti responsabili delle cosiddette “malattie infettive emergenti” troverebbero la propria culla di origine in uno o più serbatoi animali (Casalone & Di Guardo, 2020).
A quest’assunto di partenza non farebbero eccezione nemmeno gli RNA-virus membri del genere Orthohantavirus (tassonomicamente appartenente alla famiglia Hantaviridae, a sua volta collocata nell’ordine Bunyavirales), che sarebbero in grado di causare due diverse forme di malattia nell’uomo (l’una cardio-respiratoria, l’altra renale con febbre emorragica). Il virus sarebbe infatti veicolato da roditori quali topi, ratti e arvicole, che lo eliminerebbero nell’ambiente esterno per trasferirlo quindi all’uomo attraverso le feci, le urine e la saliva. E proprio un roditore endemico del Sudamerica, il topo pigmeo del riso a coda lunga (Oligoryzomys longicaudatus), sarebbe stato implicato nella trasmissione primaria dell’infezione all’uomo in Argentina, ove nel 1996 è stato documentato per la prima volta il passaggio del virus da uomo a uomo, con numerosi casi di malattia respiratoria ad esito fatale (“Hantavirus Cardio-Pulmonary Syndrome”, HCPS).
Il ceppo virale responsabile di queste gravi forme respiratorie, denominato “Andes” (ANDV), sarebbe analogo a quello che ha provocato il recente focolaio di malattia respiratoria insorto fra i crocieristi della nave “MV Hondius” (salpata oltre un mese fa dall’Argentina, guarda caso!), tre dei quali deceduti. Ciononostante, appare doveroso sottolineare che ANDV sarebbe a sua volta caratterizzato da una ridotta efficienza di trasmissione interumana (a fronte di un’ancor più limitata capacità degli altri hantavirus zoonosici di trasmettersi da uomo a uomo), prerogativa quest’ultima che fa il paio con tutta una serie di ulteriori proprietà che lo terrebbero nettamente separato dal betacoronavirus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia da CoViD-19.
Va da sé, ovviamente, che con i continui viaggi e spostamenti di esseri umani da un capo all’altro del Pianeta vengano di pari passo movimentati molteplici agenti patogeni, virali e non, che possono in tal modo raggiungere territori assai remoti oltre che le località più disparate, come la drammatica pandemia da CoViD-19 ci ha eloquentemente mostrato.
Le probabilità che siffatte evenienze si realizzino aumentano, tra le altre cose, al crescere del periodo d’incubazione caratterizzante le varie malattie infettive. E, poiché il tempo d’incubazione delle infezioni umane da Hantavirus può raggiungere e addirittura superare le 6 settimane, ben si comprende allora come l’agente virale, una volta eliminato per via respiratoria durante la fase asintomatica dell’infezione, possa andare a colpire altri individui in presenza di condizioni “favorenti” (sovraffollamento, stretti e prolungati contatti interpersonali, ambienti chiusi), come giustappunto risulta logico immaginare su una nave da crociera. Se si considera inoltre che, a fronte di una ridotta efficienza di trasmissione da uomo a uomo, il ceppo virale ANDV si renderebbe responsabile – al pari degli altri membri del genere Orthohantavirus – di numerosi casi d’infezione asintomatica, appare evidente che il rischio di contagio interumano possa crescere di pari passo, laddove sussistessero le “condizioni favorenti” sopra citate.
Di qui le tre seguenti domande cruciali, che riguarderebbero non soltanto i passeggeri della nave “MV Hondius”, ma anche tutti coloro che hanno avuto contatti con essi:
1) Attraverso chi e in quale data ANDV avrebbe fatto il suo primo ingresso nella nave da crociera?
2) Quale sarebbe stata la fonte (escreti/secreti di roditore/i, uomo?) dalla quale il virus sarebbe stato trasmesso al soggetto individuato come “index case”?
3) Visti e considerati il lungo periodo d’incubazione e la comprovata esistenza di numerosi casi d’infezione asintomatica, quanti individui sarebbero stati effettivamente esposti al virus?
Mentre le indagini epidemiologiche, attualmente in fase di svolgimento, cercheranno di fornire risposte adeguate ai primi due interrogativi, le analisi condotte su campioni di emosiero ottenuti dai crocieristi e dai loro rispettivi contatti (con particolare riferimento a quelli degli individui deceduti e malati) potranno ragionevolmente fornire una risposta decisiva all’ultima domanda. Nello specifico, grazie all’utilizzo di test sierologici oramai validati da decenni (immunofluorescenza, ELISA, etc.), sarà possibile stimare la prevalenza dell’infezione nei succitati gruppi di individui mediante il rilievo di specifici anticorpi anti-ANDV, ivi compresi quelli di classe/isotipo IgM (Weissenbacher et al., 1996), notoriamente indicanti la presenza d’infezione recente.
Concludo queste mie riflessioni ponendo ancora una volta (e mai abbastanza, comunque!) in risalto il fatto che, essendo gli hantavirus agenti patogeni a comprovata capacità zoonosica, la gestione delle infezioni da essi sostenute non possa in alcun modo prescindere da un approccio “olistico” – alias multidisciplinare ed inter-professionale (Medici e Veterinari, in primis) -, posto in essere nel pieno rispetto del concetto/principio della “One Health”, la salute unica di uomo, animali ed ambiente.
Giovanni Di Guardo
DVM, Dipl. ECVP, Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo
RIFERIMENTI
Casalone C, Di Guardo G. COVID-19 and mad cow disease: So different, yet so similar! Science 2020 (e.Letter).
https://www.science.org/doi/10.1126/science.abi4711#elettersSection.
Weissenbacher MC, Cura E, Segura EL, Hortal M, Baek LJ, Chu YK, Lee HW. Serological evidence of human Hantavirus infection in Argentina, Bolivia and Uruguay. Medicina (B Aires). 1996;56(1):17-22.