Gentile direttore,
il caso dell’hantavirus scoppiato a bordo della nave da crociera approdata a Tenerife ha riportato improvvisamente sulle prime pagine di tutto il mondo quanto siamo ancora esposti ai virus emergenti. Non siamo davanti a un nuovo Covid e gli esperti invitano giustamente alla prudenza, ricordando che il rischio per la popolazione generale resta al momento basso. Ma proprio questo episodio ci ricorda qualcosa di molto più profondo: il mondo che ha prodotto il Covid non è cambiato e, sotto molti aspetti, è diventato ancora più fragile.
Mobilità globale, pressione sugli ecosistemi, cambiamenti climatici, urbanizzazione estrema e aumento dei contatti tra uomo e fauna selvatica stanno aumentando il rischio di spillover, cioè di salti di specie dagli animali all’uomo. È il punto su cui insistono oggi i principali esperti italiani: non basta più ragionare sui singoli focolai, bisogna comprendere che stiamo entrando in una stagione storica in cui i rischi biologici saranno strutturali.
È esattamente da questa consapevolezza che nascono i nuovi piani pandemici dell’OMS e dell’Italia. E qui emerge già una prima novità enorme, spesso sottovalutata nel dibattito pubblico: non esistono più semplicemente “piani anti-influenza”. Sia il nuovo piano pandemico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sia il Piano pandemico italiano 2025-2029 recepiscono integralmente la lezione del Covid e cambiano paradigma. Non si preparano più soltanto a una pandemia influenzale classica, ma a virus respiratori sconosciuti, patogeni emergenti, coronavirus, virus zoonotici ed eventi epidemici imprevedibili legati all’aumento degli spillover. In altre parole, la pandemia non viene più considerata un’eccezione, ma uno scenario permanente del XXI secolo.
Ed è qui che emerge la grande differenza tra l’impostazione OMS e quella italiana. L’OMS costruisce il proprio framework pandemico come una strategia strutturale di resilienza globale. La preparedness non è vista come una risposta emergenziale, ma come una funzione permanente dello Stato moderno e della cooperazione internazionale. Prevenzione, sorveglianza genomica, interoperabilità dei dati, approccio One Health, capacità predittive, integrazione tra ambiente, salute animale e salute umana e rafforzamento stabile del personale sanitario diventano architravi permanenti delle politiche pubbliche. La pandemia, in questa visione, non si combatte soltanto quando arriva: si previene ogni giorno.
Il piano italiano, invece, pur recependo molti elementi del piano OMS e facendo passi avanti rispetto ai vecchi PanFlu, mantiene ancora un’impostazione troppo burocratica ed emergenziale. Certamente introduce elementi positivi come l’approccio multi-patogeno, la sorveglianza integrata, le reti laboratoriali, il monitoraggio genomico, i sistemi di allerta e i protocolli per i primi casi. Ma leggendo il documento emerge chiaramente una differenza culturale profonda. Nel piano OMS la resilienza sanitaria significa trasformazione strutturale dei sistemi pubblici. Nel piano italiano prevalgono ancora procedure, tavoli, livelli amministrativi e meccanismi burocratici di coordinamento.
Manca soprattutto una vera riflessione strutturale sulla crisi della medicina territoriale, sulla carenza di medici e infermieri, sulla fragilità dei pronto soccorso, sulla prevenzione indebolita e sulla modernizzazione della governance sanitaria tra Stato e Regioni. E il piano arriva dopo anni di ritardi, rinvii e incertezze, mentre una parte della maggioranza politica continua a rimanere ossessionata dalla Commissione Covid e dalle sue torsioni negazioniste e no vax invece di concentrarsi, in modo evidence based, sul rafforzamento delle reti di protezione sanitaria.
Dopo il trauma del Covid il Paese avrebbe dovuto costruire rapidamente una strategia condivisa e stabile. Invece il percorso è stato segnato da slittamenti, tensioni politiche e riscritture continue, senza superare davvero le contraddizioni esplose durante la pandemia: conflitti tra Stato e Regioni, frammentazione delle decisioni, sistemi informativi non interoperabili e profonde differenze territoriali nella capacità di risposta.
C’è poi un altro paradosso politico evidente. Mentre il mondo cerca di costruire strumenti comuni di preparedness globale, l’Italia ha scelto di astenersi sull’accordo pandemico OMS in nome della sovranità nazionale. Una scelta difficile da comprendere, perché i virus non sono sovranisti, non rispettano confini, governi o identità nazionali. Le pandemie moderne si affrontano condividendo dati, costruendo reti scientifiche comuni, simulando scenari insieme e rafforzando la cooperazione internazionale. E invece l’Italia è rimasta assente anche da importanti esercitazioni internazionali promosse dall’OMS. È una contraddizione evidente: si approva un piano che recepisce il concetto globale di preparedness multi-patogeno, ma ci si allontana proprio dai luoghi internazionali dove quella preparedness dovrebbe essere costruita insieme.
E qui si arriva al punto più amaro. Dopo il Covid avremmo dovuto fare una scelta chiara: rafforzare il Servizio sanitario nazionale e trasformarlo stabilmente in un sistema pubblico forte, moderno e resiliente. Invece il dibattito politico italiano è rimasto per anni ondivago, oscillando tra negazionismo di matrice trumpiana, sfiducia verso la scienza, reticenze sui vaccini e ostinata negazione del tema centrale del finanziamento della sanità pubblica.
Il risultato oggi, dopo quasi quattro anni di governo, è sotto gli occhi di tutti. I pronto soccorso restano sotto pressione cronica, la medicina d’urgenza vive una crisi strutturale senza precedenti con fuga dalle corsie e dalle scuole di specializzazione, mentre sul territorio esplode la tensione con i medici di medicina generale in stato di agitazione e Case della Comunità che rischiano di restare scatole vuote senza personale sufficiente, integrazione professionale e modelli organizzativi condivisi.
Sono stati persi anni preziosi nei quali sarebbe stato necessario costruire insieme ai medici, agli infermieri, alle professioni sanitarie, alle Regioni e al MEF una strategia condivisa di programmazione e finanziamento della medicina territoriale. Perché è il territorio che regge davvero la sanità pubblica e che deve restare umano, vicino e accessibile per una popolazione sempre più anziana, fragile e vulnerabile.
Abbiamo invece assistito a una progressiva resa delle idee, a un sottofinanziamento costante del sistema e a una lenta ma continua privatizzazione strisciante del Servizio sanitario nazionale. Ma questa non è la strada per garantire né la sostenibilità del SSN né la sicurezza epidemiologica del Paese. Solo una sanità pubblica forte, moderna, efficiente e territoriale può dare vere risposte di sicurezza sanitaria alla popolazione. Senza una sanità pubblica forte non esiste preparedness: esistono solo emergenze rincorse in ritardo.
Sen. Beatrice Lorenzin (Pd)
Commissione Bilancio del Senato