Gentile Direttore,
sono medico anestesista e mi occupo di comunicazione sanitaria. Quest’estate, con il mio gruppo, ho condotto la prima misura sistematica della conformità comunicativa delle strutture sanitarie private italiane. Abbiamo censito e sottoposto a verifica 2.800 siti internet del panorama nazionale (Nord 1.096, Centro 1.014, Sud 690).
I nostri risultati rivelano che il 93,9% delle strutture presenta almeno una criticità di conformità. Nel dettaglio: il 51% delle strutture presenta almeno una violazione di evidenza inequivoca, fuori da ogni area interpretativa. Il 49% ricade in profili di gravità alta o critica, tali da esporre concretamente a conseguenze disciplinari e sanzionatorie. Solo il 6% risulta pienamente conforme. Lo studio è pubblico, consultabile al DOI 10.5281/zenodo.21772867.
Difficile, con questi numeri, parlare di errori individuali: descrivono un problema di sistema, più che di disattenzione o di volontà dei singoli.
Nell’insieme si tratta verosimilmente di contenuti pubblicati con le migliori intenzioni, da un titolare convinto di informare i propri pazienti o da un fornitore che applica alla sanità schemi magari legittimi in un altro settore.
Tutto questo all’interno di un quadro normativo che è stato capovolto quattro volte in trent’anni, da restrittivo a liberalizzato e ritorno, attorno al quale ruotano deontologia, protezione dei dati e disciplina delle pratiche commerciali, ciascuna con la propria autorità e le proprie interpretazioni locali.
La comunicazione, nel frattempo, ha cambiato forma e strumenti. Un sito internet moderno è alimentato quasi quotidianamente da professionisti, agenzie e piattaforme, e un controllo manuale successivo alla pubblicazione, solo su segnalazione, arranca in un ambiente in cui non può competere.
La responsabilità, invece, resta dove la legge la colloca: sul professionista, sul direttore sanitario e sulla struttura. Figure terze che abbiano materialmente prodotto il contenuto restano, di regola, estranee a quei procedimenti.
Chiarita la diagnosi, resta la terapia, che va cercata a monte della sanzione. Personalmente vedo tre strade percorribili che voglio condividere con lei e i suoi lettori.
La prima riguarda la formazione. La conformità della comunicazione è ormai un rischio professionale al pari del rischio clinico o radiologico, e meriterebbe un percorso ECM dedicato e ricorrente, che metta ciascun medico in condizione di riconoscere almeno qualitativamente quando un contenuto vada verificato da un professionista prima di finire in rete.
La seconda chiama in causa gli Ordini, nella loro funzione di tutela prima ancora che disciplinare. Molti offrono già agli iscritti, tramite convenzioni, competenze esterne in materia fiscale, assicurativa e di sicurezza: la verifica della comunicazione può entrare nello stesso alveo, a condizioni negoziate, e costerebbe all’iscritto una frazione di quanto costa un procedimento.
La terza riguarda la scelta di chi gestisce la comunicazione. Più che domandare ad un fornitore esterno se conosca la materia sanitaria, domanda alla quale la risposta è nota in anticipo, converrebbe indagare le referenze cliniche e tecniche che può esibire, e chi nel suo gruppo di lavoro conosca la deontologia dall’interno della professione. Dove le regole esistono per proteggere il paziente dalla suggestione, la competenza clinica di chi comunica non è un valore aggiunto, è un requisito.
La conformità della comunicazione è parte della qualità dell’informazione sulla quale i pazienti fondano le proprie scelte. Perché l’adesione ad un percorso di cura sia davvero consapevole, l’informazione che la precede deve essere trasparente, corretta e veritiera.
Dott. Stefano Giarratana
Medico Chirurgo · Specialista in Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e del Dolore