Io, infermiere col Covid, come un soldato di Caporetto

Io, infermiere col Covid, come un soldato di Caporetto

Io, infermiere col Covid, come un soldato di Caporetto

Gentile Direttore,
sono un infermiere, uno dei tanti contagiati dal COVID-19. Grazie alla medicina preventiva aziendale sono stato individuato con un tampone positivo prima che insorgessero sintomi, messo fuori combattimento proprio mentre ero al lavoro in pronto soccorso. E ho chiesto di pormi in isolamento in un Covid Hotel. 
 
In questo periodo ho affrontato sintomi che per fortuna non hanno richiesto ricovero, a giudizio dei medici USCA che mi hanno visitato, e mi ritengo fortunato. E so di aver fatto la scelta giusta per la mia famiglia, salvando loro dal contagio. 
 
Ancor più di prima, mi vedo nei panni di un soldato della Grande Guerra. Mesi e mesi di trincea, battaglie quotidiane di posizione, non per conquistare alcunché ma per mantenere aperto a tutti l’accesso alle cure, CoVid o meno. E poi il colpo arrivato a segno dal cecchino, subdolo, più efficace delle mille difese messe in atto diligentemente, al lavoro e a casa (come tanti, non ho vita sociale da mesi ormai). Fuori uso, avanti gli altri. 
 
Il coronavirus non è sconfitto, ci vorranno mesi forse anni per avere un riscontro dai vaccini. Ma le battaglie perse bruciano sulla pelle, e temo che, uscito vivo dalla guerra, sarò sempre il soldato di Caporetto. Magari fra qualche decennio avrò anche una medaglia come accadde a quei combattenti. Ma non cambierà di certo le cose. E quel soldato sarà sempre il soldato delle battaglie perse in una guerra di soli vinti. 
 
Ivan Favarin
Infermiere

11 Dicembre 2020

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