Gentile Direttore,
ricordo il mio primo contributo qui a quotidiano sanità: «Ma perché quando si parla di professionisti della sanità si parla sempre e solo dei medici?», pubblicato circa 5 anni fa. Da quel pezzo in poi le posizioni espresse sono state – evidentemente – sempre in chiave “anticasta”, cercando di dar voce – tra la violazione del professionismo dei miei colleghi TSRM e le innumerevoli manifestazioni di superbia della ancora schiacciante dominanza, poi definita “medico-forense” – ad una popolazione di ben oltre 700 mila professionisti che – piaccia o no – sono la preponderante risorsa umana del nostro SSN.
Purtroppo, malgrado numerosissimi interventi miei e di tanti miei colleghi qui, la questione della emancipazione delle professioni sanitarie da quelle mediche è una questione tanto aperta quanto misconosciuta … perché?
Perché continuano a sussistere imbarazzanti situazioni di esercizi professionali in cerca di professionisti, quali quello arcitrito della giustificazione ed ottimizzazione degli esami radiologici.
Perché siamo ancora schiacciati da clausole di legge del tipo «fatte salve le competenze previste per le professioni mediche», come se le altre lauree di area sanitaria della medesima durata, anche dopo l’avvento della legge “Lorenzin” debbano comunque sempre restare in un aureo subordine.
Perché sussiste ancora il vincolo per cui l’istituzione dei posti di Dirigente delle Professioni Sanitarie deve avvenire «attraverso modificazioni “compensative” della preesistente dotazione organica complessiva aziendale, senza ulteriori oneri e ad invarianza di spesa».
Perché quando scioperano i medici – non importa l’entità e la provenienza delle coperture amministrative necessarie – lo sciopero dura sempre soltanto un giorno, tanto rapida è la trattativa.
Perché quando i “non medici” chiedono qualcosa – qualsiasi cosa – anche in via formale alle proprie organizzazioni la risposta è sempre la stessa: «lei sa bene i compiti che spettano alle federazioni e quelli che spettano alle organizzazioni sindacali», in un vergognoso gioco della patata bollente, indecoroso per un paese che si ritenga civile quale l’Italia.
Perché – comunque la si rigiri – la sentenza n. 54/2015 della Corte Costituzionale sulla libera professione per le professioni sanitarie resta un pugno nell’occhio.
Tutto nulla ha a che vedere con un atteggiamento polemico fine a sé stesso: qui invece in ballo ci sono i destini di ben 700.000 professionisti della salute che – contro fortune milionarie accumulate tra intra ed extra moenia – potrebbero semplicemente portare a casa qualche centinaio di euro in più al mese (magari per pagare le bollette, ormai divenute anch’esse un lusso) in più peraltro pagando anche allo Stato le dovute tasse. Mi scusi se è poco.
Si potrebbe continuare a lungo, ma quanto sopra evidenziato è già sufficiente e funzionale soltanto a precisare quanto irricevibili siano le istanze rappresentate dal Dott. Enzo Bozza nel suo ultimo intervento: nell’ultimo cinquantennio a fare il bello ed il cattivo tempo in Parlamento sono state proprio le due caste della dominanza medico-forense, pertanto oggi risulta quanto meno menzognero (alla faccia di ogni giuramento) puntare il dito alla «tracotanza dei politici».
Molte, troppe volte la spesa sanitaria ha raggiunto livelli scandalosi ed oggi come ai tempi di Sanitopoli non ci si fa troppi scrupoli ad eseguire interventi su neo denominate “lesioni precancerose” che in passato erano definite lesioni benigne: l’importante è seguire il must della prestazione a tutti i costi che la medicina ha bene appreso proprio dal management e da quelle «strutture di potere» da cui adesso sembra si vogliano prendere le distanze.
Se gli stipendi dei medici sono fermi alle guerre puniche allora quelli dei professionisti non medici sarebbero il vitto per gli schiavi dello stesso periodo ed in tutta onestà non è nemmeno credibile la prospettazione che un qualsivoglia lavoratore non abbia diritto alle ferie ed alla malattia, operatori caseari, addetti alla catena di montaggio di una fabbrica e funzionari del catasto compresi, perché anche a loro si deve il dovuto rispetto per il loro lavoro.
Con queste modalità parlare di dignità, di colpe, di autorevolezza, di potere contrattuale, di pedagogia del compito, di disfatta in tutti gli ambiti della Medicina, assieme a dedizione alla persona, Ippocrate, autorevolezza e credibilità, entusiasmo di un lavoro, dignità della clinica e della persona, suona come la pratica degli incomprensibili responsi nei santuari pagani praticati da sacerdoti ormai caduti in disgrazia.
Oggi per fortuna – bisognerebbe ribadirlo anche ai colleghi del giuramento esclusivo dell’infermiere – la medicina è più scienza e laico raziocinio che religione e superstizione; pertanto sia ai professionisti non medici, che studiano anche Ippocrate e fanno propri i giusti temi della sua deontologia (da non confondere con l’etica e la morale), sia ai cittadini che si mantengono bene informati non devono essere propinati messaggi tanto suggestivi quanto illusori ed ingannevoli che hanno ad unico proposito una impossibile restaurazione di un regime intellettuale operato per troppo tempo dagli eredi degli astuti cortigiani che risplendevano della luce riflessa dei re cui si facevano accompagnare.
Dott. Calogero Spada
TSRM – Dottore Magistrale