La crisi del sistema sanitario e il tradimento della Costituzione

La crisi del sistema sanitario e il tradimento della Costituzione

La crisi del sistema sanitario e il tradimento della Costituzione

Gentile Direttore,
a oltre 45 anni dalla nascita del nostro SSN che prese il via con l’approvazione dalla legge 833/78, assistiamo a un progressivo sgretolamento di quel sistema universalistico e solidale che era alla base della legge del ’78. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT nel 2021 il 7,2 % della popolazione (oltre 4 milioni di cittadini), hanno rinunciato a curarsi per liste di attesa troppo lunghe e prestazioni private troppo costose. Nello stesso anno i cittadini hanno speso oltre 41 miliardi di euro per curarsi nel privato con una spesa di 623 euro pro capite. Ormai il 25 % delle spese sanitarie totali è a carico diretto dei cittadini e, come ovvio, quelli più poveri rinunciano alle cure. Un dato che non potrà che crescere visto che la spesa sanitaria pubblica in relazione al PIL si è ridotta dal 6,8 al 6,6 nel 2023 e punta verso il 6,2 nel 2024 e il 6,1 nel 2026 (Nadef 2023 Sanità). I dati OCSE, ci segnalano che il nostro Sistema Sanitario è, tra i paesi occidentali, il più sottofinanziato, nel 2022 6,8 % del PIL Vs 10,9 della Germania, 10,1 della Francia, 9,3 del Regno unito, 7,4 della Spagna.

Ma il tradimento della 833/78 altro non è che quello dell’Art. 32 della Costituzione a cui essa si ispira: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Non parla la Costituzione di curare i cittadini o i lavoratori ma di curare gli individui senza distinzione. Dal sistema mutualistico basato sul reddito, si passò così a un sistema Beveridge fondato sulla fiscalità generale che rendeva tutti i cittadini uguali di fronte alla malattia – da ciascuno secondo le possibilità a ciascuno secondo i bisogni. Svanirono d’incanto i libretti sanitari, di diversi colori con diversa copertura sanitaria, e le collette caritatevoli fatte nei rioni per curare i familiari delle famiglie più povere o di chi aveva perso il lavoro. Un salto nella civiltà ispirato dalla Costituzione abolì tutto questo.

Si realizzò nel 1978 e non a caso! La mobilitazione del movimento operaio, di quello studentesco e di quello femminista animò la società di un fervore nuovo che spingeva il Paese verso valori di libertà e di uguaglianza che facevano perno sulla fiscalità.

Nel 1978 era infatti in vigore la riforma fiscale del ‘74 che prevedeva 34 aliquote IRPEF, con un’aliquota massima del 72 % per chi guadagnava oltre 500 milioni di lire (258 mila euro attuali). Ma negli anni successivi il fisco è cambiato profondamente fino ad arrivare alle 3 aliquote attuali con quella massima a 43 % oltre i 50 mila euro e un’aliquota intermedia molto alta di 35% tra i 28 e i 50 mila euro.

Le ripetute riforme hanno avuto un’unica tendenza: un abbassamento progressivo dell’aliquota massima e la sua applicazione su redditi da lavoro sempre più bassi. Con il mito della riduzione delle tasse, divulgato ad arte, le classi dominanti hanno inteso ridurre le proprie, schiacciando il peso della contribuzione sul ceto medio e medio-basso che infatti si sono impoveriti. In nessun Paese dell’Europa occidentale ciò è avvenuto in modo così sfrontato. Oggi l’unica aliquota progressiva rimane l’IRPEF ma la sua progressività vale fino a 50 mila euro. Mentre per il 5 % della popolazione che ha redditi più alti, la tassazione risulta addirittura regressiva. Il sistema fiscale italiano sembra disegnato apposta per aumentare le disuguaglianze. Più sale il patrimonio posseduto, più diminuisce l’aliquota media dovuta a causa del basso livello di tassazione della rendita finanziaria e/o immobiliare rispetto al reddito da lavoro.

Viene agevolato dunque (DWA) quel 5 % più ricco delle famiglie italiane che controlla circa il 46 % della ricchezza netta complessiva contro il 50 % più povero che ne possiede meno dell’8%.

Il profilo poco egalitario della distribuzione dei redditi colloca il nostro Paese al 21° posto su 27 membri dell’UE (Oxfam).

La dinamica fiscale, oltre a impoverire la maggior parte delle famiglie, ha finito per colpire la tenuta di tutto il sistema pubblico italiano a partire dal Sistema Sanitario Nazionale.

La sanità avrebbe bisogno, per tornare nella media di spesa europea, di circa 803 euro per cittadino pari a 47 miliardi (GIMBE). Con una popolazione sempre più anziana, affetta da pluripatologie sarebbero risorse indispensabili ma con queste politiche fiscali, le tasse piatte e la rinuncia a una reale lotta all’evasione fiscale che supera i 90 miliardi, tutto questo sarà impossibile.

In definitiva l’Art. 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute viene messo in discussione dal tradimento dell’Art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, il sistema tributario è informato a un criterio di progressività”. Con esso, è entrato in crisi il principio di uguaglianza e di solidarietà insito nella Costituzione e rischia di compromettere la tenuta democratica della nostra Comunità.

Pasquale D’Onofrio
Segretario Fp CGIL Medici e Dirigenti Sanitari Toscana

05 Aprile 2024

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