La fragilità come prova della verità del Servizio sanitario
Gentile Direttore, c’è un luogo, nel Servizio sanitario, in cui il futuro è già visibile. Non è necessariamente quello della tecnologia più avanzata, della grande diagnostica o della chirurgia robotica
Gentile Direttore,
c’è un luogo, nel Servizio sanitario, in cui il futuro è già visibile. Non è necessariamente quello della tecnologia più avanzata, della grande diagnostica o della chirurgia robotica. È spesso una casa. Una casa qualunque, dove una persona anziana, fragile, affetta da una malattia avanzata, vive l’ultima parte della propria traiettoria di vita accanto a familiari non sempre preparati, non sempre giovani, non sempre sostenuti.
È in quel domicilio che si vede se il sistema sanitario funziona davvero: se l’ospedale ha dimesso in modo appropriato, se il medico di medicina generale è presente, se l’assistenza domiciliare risponde, se il caregiver regge, se farmaci e presidi arrivano, se i professionisti comunicano tra loro, se esiste un piano condiviso e se qualcuno è in grado di decidere nei momenti critici.
Le cure palliative domiciliari rendono visibile ciò che altrove può rimanere nascosto: la qualità reale della continuità assistenziale, la capacità di integrazione tra servizi, la tenuta delle famiglie, la presenza o l’assenza della comunità, la distanza tra dichiarazioni programmatiche e funzionamento concreto delle reti. Per questo dovremmo smettere di considerarle un settore terminale della medicina. Sono uno dei fronti in cui la medicina può ritrovare il proprio significato più profondo: curare anche quando non si può guarire, accompagnare anche quando non si può risolvere, restare presenti quando la complessità rischia di frammentare tutto.
Una crisi non solo economica
Il Servizio sanitario nazionale attraversa da anni una fase di tensione crescente. Il tema del finanziamento è reale e non può essere eluso: le risorse non crescono in misura proporzionata all’aumento dei bisogni prodotto da invecchiamento, cronicità, non autosufficienza, povertà sanitaria e diseguaglianze sociali e territoriali.
Ma sarebbe un errore pensare che la crisi sia solo economica. È anche cognitiva, organizzativa e culturale.
Cognitiva, perché continuiamo spesso a leggere fenomeni complessi con categorie lineari: una domanda, una prestazione; una diagnosi, un percorso; un servizio, un budget. Questo modello conserva una sua utilità, ma diventa insufficiente quando la realtà da governare è fatta di pluripatologia, solitudine, famiglie in difficoltà, transizioni continue tra ospedale e domicilio, bisogni sanitari e sociali inseparabili.
Organizzativa, perché il sistema resta strutturato per silos: ospedale, territorio, medicina generale, servizi sociali, terzo settore, volontariato, RSA, hospice, specialisti, centrali operative. Tutti nodi potenzialmente preziosi, ma spesso connessi in modo debole, discontinuo o ambiguo.
Culturale, perché la retorica della prossimità rischia di restare tale se non viene chiarito che cosa significhi davvero essere prossimi. La prossimità non coincide con la semplice collocazione geografica di un servizio. Significa essere raggiungibili, tempestivi, comprensibili, affidabili, capaci di orientare e di restare accanto.
Le cure palliative come pratica della complessità
Nelle cure palliative la complessità non è una categoria teorica: è la pratica quotidiana. Un paziente in fase avanzata di malattia non è mai soltanto un portatore di diagnosi. È una persona inserita in una rete di relazioni, valori, paure, abitudini, aspettative, conflitti, risorse e fragilità. La famiglia non è uno sfondo neutro, ma una vera unità di cura. Il caregiver principale può essere una risorsa essenziale, ma anche una persona fragile, anziana, malata, sola, emotivamente esausta.
Il dolore, nelle cure palliative, non è mai solo dolore fisico. La grande intuizione di Cicely Saunders sul “dolore totale” conserva una forza straordinaria perché anticipa una visione complessa della medicina: il sintomo corporeo non può essere separato dalla sofferenza psicologica, sociale, familiare e spirituale. Anche le decisioni di fine vita non sono atti puramente tecnici. Proporzionalità dei trattamenti, luogo di cura, ricorso all’hospice, sedazione palliativa, pianificazione condivisa nascono da processi di comunicazione, ascolto e responsabilità.
Non esiste un algoritmo capace di sostituire questa relazione. Esistono competenze, tempo, équipe, fiducia e capacità di tollerare l’incertezza. In questo senso, le cure palliative sono un laboratorio avanzato per tutto il sistema sanitario: mostrano che la medicina non può più essere pensata solo come sequenza di atti tecnici, ma come capacità di accompagnare traiettorie complesse.
Il domicilio non è un ambulatorio decentrato
Negli ultimi anni si è molto parlato di territorio, case della comunità, assistenza domiciliare, centrali operative, telemedicina. Sono tutti elementi importanti. Ma il rischio è che il territorio venga interpretato come semplice decentramento di prestazioni. Portare una prestazione fuori dall’ospedale non significa automaticamente costruire sanità di prossimità.
Il domicilio, in particolare, è un ambiente di vita. È il luogo in cui la cura incontra la biografia, le condizioni abitative, le possibilità economiche, le relazioni familiari, la solitudine, la capacità o incapacità dei caregiver di sostenere il carico assistenziale.
Il professionista entra in una casa e deve vedere il paziente, ma anche ciò che intorno a lui rende possibile o impossibile la cura. Deve valutare i sintomi, ma anche ascoltare. Deve intervenire, ma anche capire quando è il momento di fermarsi, spiegare, riformulare, condividere.
Coprogettare non significa distribuire attività
In questo contesto, la collaborazione tra servizio pubblico ed enti del terzo settore è decisiva, ma richiede chiarezza. La coprogettazione non può essere ridotta a una procedura amministrativa né a una modalità per distribuire attività tra soggetti diversi. Se resta questo, rischia di diventare una forma elegante di esternalizzazione o di partecipazione formale.
Coprogettare significa leggere insieme il bisogno, definire insieme le priorità, chiarire le responsabilità, condividere dati, stabilire indicatori, prendere decisioni, verificare gli esiti, correggere i percorsi. Nel campo delle cure palliative questo è ancora più importante. Se non è chiaro chi segnala, quando segnala, con quali criteri, a chi viene attribuito il caso, con quale responsabilità clinica, con quale relazione con il medico di medicina generale e con quale collegamento con ospedale, hospice, COT e servizi sociali, la rete rischia di rimanere una parola.
La rete esiste solo quando funziona nei passaggi difficili: quando una dimissione complessa non si traduce in abbandono, quando un caregiver sa chi chiamare, quando un paziente non arriva in pronto soccorso per mancanza di alternative, quando un bisogno palliativo viene riconosciuto prima degli ultimi giorni, quando le decisioni vengono prese in tempi compatibili con la vita reale delle persone.
Cure simultanee, dati e fragilità ambientale
Uno dei nodi più rilevanti riguarda lo sviluppo delle cure simultanee. Troppo spesso le cure palliative vengono ancora percepite come una fase successiva, quasi alternativa alle cure attive: prima si cura la malattia, poi, quando non c’è più possibilità di trattamento, si attivano le cure palliative. Questa sequenza è culturalmente superata, ma resiste nelle pratiche organizzative.
Le cure simultanee rappresentano invece un passaggio strategico: consentono di accompagnare pazienti con malattie avanzate e progressive mentre sono ancora in trattamento, integrando controllo dei sintomi, supporto psicologico, comunicazione prognostica, pianificazione condivisa, sostegno alla famiglia e continuità tra ospedale e territorio. Sono rilevanti non solo in oncologia, ma anche nello scompenso cardiaco avanzato, nell’insufficienza respiratoria cronica, nelle malattie neurologiche progressive, nelle demenze avanzate e in molte traiettorie di cronicità complessa.
Per svilupparle servono dati. Non solo per contare, ma per capire. Occorre sapere quanti pazienti arrivano troppo tardi alla rete palliativa; quanti vengono presi in cura negli ultimi 7, 15 o 30 giorni di vita; da chi arrivano le segnalazioni; quanto tempo passa tra segnalazione e prima valutazione; quanti pazienti hanno caregiver fragili o assenti; quanti accessi in pronto soccorso avvengono nell’ultimo mese di vita; quante richieste non sono formalmente appropriate per cure palliative specialistiche, ma segnalano solitudine, disorientamento, bisogno sociale, fatica dei caregiver. In questo senso il terzo settore non è solo un erogatore: è anche un sensore territoriale.
Sostenere non basta: occorre rigenerare
Negli ultimi anni abbiamo imparato a parlare di sostenibilità del sistema sanitario. È un concetto necessario, ma non sufficiente. Sostenere significa evitare che il sistema crolli. Rigenerare significa ricostruire le condizioni perché il sistema produca salute, fiducia, equità, legami sociali e capacità di futuro.
Un sistema può essere formalmente sostenibile e tuttavia povero di relazioni, lento nelle decisioni, frammentato nei percorsi, faticoso per i professionisti, incomprensibile per le famiglie, incapace di raggiungere i più fragili. La prospettiva rigenerativa chiede un salto di qualità: trasformare i dati in conoscenza condivisa, i tavoli in decisioni, la coprogettazione in responsabilità, il domicilio in luogo riconosciuto di cura, il volontariato in componente competente della rete, le cure palliative in cultura diffusa della proporzionalità, dell’ascolto, della continuità e della relazione.
Cinque cantieri operativi
Da questa lettura discendono cinque cantieri, più che cinque semplici proposte.
Il primo è una cabina di regia territoriale sulla fragilità palliativa complessa, capace di coinvolgere azienda sanitaria, ospedali, medicina generale, enti del terzo settore, società della salute, comuni, servizi sociali e comunità locali. Non l’ennesimo tavolo consultivo ma un organo con mandato preciso: analizzare mensilmente i nuovi bisogni intercettati, verificare i tempi di presa in carico, individuare i casi arrivati troppo tardi alla rete, correggere i passaggi critici tra ospedale, domicilio, hospice, COT, medicina generale e servizi sociali.
Il secondo è un sistema di allerta precoce del bisogno palliativo. Può partire da una scheda condivisa, semplice, utilizzabile in ospedale, in RSA, dai medici di medicina generale, dalle COT e dai punti di contatto del terzo settore. La domanda essenziale non è solo “questo paziente ha bisogno di una prestazione?”, ma: “questa persona, questa famiglia, questo caregiver stanno entrando in una traiettoria di fragilità complessa che rischia di esplodere nelle prossime settimane?”.
Il terzo è rendere le cure simultanee un ponte stabile tra specialisti ospedalieri, équipe palliative e territorio, con criteri di attivazione condivisi per oncologia, scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, malattie neurologiche e demenze avanzate.
Il quarto è costruire un cruscotto essenziale della fragilità: tempo tra segnalazione e prima valutazione; pazienti presi in carico negli ultimi 7, 15 e 30 giorni di vita; accessi in pronto soccorso nell’ultimo mese; presenza e fragilità del caregiver; luogo di cura e luogo del decesso; richieste improprie ma significative; esperienza dei familiari.
Il quinto è riconoscere il terzo settore come parte del sistema di conoscenza territoriale. Chi riceve telefonate, intercetta famiglie disorientate, ascolta caregiver esausti e incontra bisogni non codificati vede spesso prima di altri dove il sistema non arriva. Questa funzione di sensore va organizzata, formata, collegata alla rete pubblica e restituita in forma di dati, narrazioni, indicatori e proposte.
Tecnologia: molte opportunità, poca capacità di adozione
Il paradosso è evidente. Mai come oggi il sistema sanitario dispone, almeno potenzialmente, di strumenti capaci di migliorare l’identificazione precoce dei bisogni, la continuità assistenziale, la condivisione delle informazioni, il monitoraggio degli esiti, il supporto alle decisioni e la comunicazione con pazienti e famiglie. Cartelle cliniche interoperabili, tele monitoraggio, piattaforme di coordinamento, strumenti di intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, sistemi predittivi di fragilità, applicazioni per caregiver e professionisti potrebbero rendere più agile, tempestiva e intelligente la presa in cura.
Eppure queste opportunità vengono nella maggioranza dei casi assorbite lentamente, o restano confinate in sperimentazioni isolate. La ragione non è soltanto tecnologica. È organizzativa, culturale e decisionale. La tecnologia non si implementa davvero quando viene aggiunta dall’esterno a processi che restano invariati. Una piattaforma digitale non corregge da sola l’ambiguità delle responsabilità. Un algoritmo non sostituisce una rete che non si parla. Un cruscotto non produce miglioramento se nessuno ha il mandato di leggere i dati e modificare le decisioni.
Il sistema fatica per almeno cinque ragioni: frammentazione delle responsabilità; debolezza della committenza pubblica; distanza tra sperimentazione e ordinario; povertà dei dati realmente utilizzabili; cultura ancora troppo prestazionale.
Il rimedio non è attendere la grande piattaforma perfetta, ma procedere per cantieri di innovazione mirati, brevi, verificabili: un registro condiviso dei pazienti fragili a rischio palliativo; una scheda digitale unica di segnalazione; un cruscotto mensile dei tempi di presa in cura; un consulto rapido tra ospedale, MMG, équipe palliativa e COT; un sistema di raccolta delle richieste improprie come indicatore di bisogno sociale; un uso prudente ma concreto dell’intelligenza artificiale per riconoscere pattern di fragilità, ritardi, accessi ripetuti, caregiver soli o traiettorie cliniche evolutive.
La tecnologia, in questa prospettiva, non è la soluzione magica. È un acceleratore di relazioni organizzate. Funziona se aiuta le persone giuste a vedere prima, decidere meglio, comunicare di più, intervenire in tempo e imparare dagli errori.
Conclusione
La fragilità non è più un elemento marginale del sistema sanitario. È il punto da cui ripensarlo. Ma ripensarlo non basta: occorre cominciare a trasformarlo.
Le cure palliative domiciliari indicano una direzione concreta: intercettare precocemente, prendere in carico in modo integrato, sostenere le famiglie, usare i dati per capire e non solo per rendicontare, attivare cure simultanee, collegare ospedale e domicilio, riconoscere il terzo settore come partner competente, usare la tecnologia per rendere più tempestiva e intelligente la rete.
Il futuro del Servizio sanitario non dipenderà solo da quante risorse saranno disponibili, pur necessarie. Dipenderà anche dalla capacità di usarle per costruire organizzazioni più adattive, più rapide nell’apprendere, più capaci di vedere i bisogni prima che diventino crisi. La domanda, allora, non è se abbiamo bisogno di innovazione. La domanda è se siamo capaci di governarla.
La vera innovazione, nel campo della fragilità, consiste nel costruire una rete capace di vedere, decidere e correggere. Una rete in cui una segnalazione non si perda, una famiglia non resti sola, un caregiver venga riconosciuto prima di crollare, un paziente non arrivi troppo tardi alle cure palliative, un bisogno sociale non venga scambiato per improprietà, un accesso in pronto soccorso non diventi il segno di una rete assente.
Il Servizio sanitario ha bisogno di questa cultura operativa. Non di più retorica sulla prossimità, ma di prossimità organizzata. Non di più tavoli, ma di decisioni verificabili. Non di più dati, ma di dati che orientino l’azione. Non di tecnologia esibita, ma di tecnologia incorporata nei percorsi di cura.
Le cure palliative non sono la fine della medicina. Sono uno dei luoghi in cui la medicina può ricordare a sé stessa perché esiste. E possono diventare, se davvero lo vogliamo, uno dei laboratori più concreti per rigenerare il Servizio sanitario.
Grazie al mio amico Giorgio Banchieri per la rilettura e i consigli
Andrea Vannucci,
Direttore sanitario File (Fondazione Italiana di Leniterapia ETS) Firenze
05 Giugno 2026
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