La maschera di Joker e l’uso della follia nel cinema

La maschera di Joker e l’uso della follia nel cinema

La maschera di Joker e l’uso della follia nel cinema

Gentile Direttore,
a partire dai commenti contraddittori (taluni molto critici) espressi sul nuovo film Joker (il cattivo del fumetto DC Comics), film nel quale il tema della follia del protagonista sembra essere centrale, Niall Boyce, Editor di The Lancet Psychiatry, nell’ultimo editoriale della rivista[1] si rammarica per l’uso eccessivo che, a suo parere, negli ultimi vent’anni è stato fatto della follia nel cinema per dare conto di comportamenti criminali. Questo uso eccessivo, secondo lui, è dovuto al fatto che “[…] la spiegazione della ‘follia’ rende superfluo ricercare le complesse motivazioni del personaggio che ritroviamo invece nei lavori di Raymond Chandler (piuttosto che di Agatha Christie)”.
 
Al contrario di questi ultimi Autori, gli scrittori e registi attuali, sempre secondo Niall Boyce, non ricercherebbero le complesse motivazioni dei personaggi e, facendo ricorso alla follia, si dimostrerebbero “relativamente ignoranti riguardo alle questioni dello stigma e della discriminazione [nei confronti dei folli]”.
 
Non ho ancora visto il nuovo film Joker. Attendo quindi di vederlo per esprimere un parere sulla appropriatezza dell’uso della follia nella pellicola. Debbo dire che, da un lato, non posso che concordare con Niall Boyce a proposito dell’uso non appropriato della follia in molti film, non solo degli ultimi venti anni.
 
Poiché ritengo però di essere un esperto di villains e di folli, avendo lavorato per oltre quarant’anni come psichiatra dentro e fuori del carcere, aggiungo che sono invece in disaccordo con Boyce a proposito di un uso eccessivo. Raymond Chandler e Agatha Christie, infatti, ci parlano in prevalenza di motivazioni criminali molto consapevoli, talora addirittura raffinate, che pertengono più alla sfera della perversione dei protagonisti criminali, motivazioni che troviamo alla base di un’infima percentuale di delitti.
 
Qualsiasi psichiatra che si sia invece avvicinato con un po’ di intelligenza (e quindi senza pregiudizi) all’uomo che delinque, sa bene come alla base di tale tendenza trasgressiva vi sia spesso una buona dose (talora una dose massiccia) di follia. Riconoscere apertamente tale follia, non significa stigmatizzarla e tantomeno discriminare il folle (specie se reo-folle). Tale riconoscimento, anzi, rappresenta l’unico modo per aiutare l’uomo che soffre, anche quando costui abbia commesso delitti efferati. Siccome ho conosciuto migliaia di mad villains, posso affermarlo senza tema di essere smentito. Siccome conosco con precisione i numeri impressionanti di folli reclusi, penso che sarebbe davvero penalizzante, per questi numerosi reo-folli, non vedere riconosciuta e adeguatamente trattata la loro follia.
 
Altra cosa, a mio parere, è il far coincidere la follia con la cattiveria. La pretesa di tale coincidenza sarebbe davvero stupidamente stigmatizzante. Se la delinquenza, come ci ha insegnato Freud, nasce spesso da sensi di colpa impropri e, quindi, dal desiderio inconscio di espiare, la “cattiveria” è invece insita in ogni uomo e anzi, nell’accezione in cui comunemente usiamo questo termine, rimanda in genere a un cinismo che non ritroviamo di frequente nel folle, anche nel reo-folle. La cattiveria, come noi comunemente la intendiamo, si colloca piuttosto dalla parte della perversione. 
              
Non so come sia stato trattato, nella finzione filmica, il tema della eventuale follia del Joker. Mi impegno a veder il film appena possibile. So per certo che, se penso a pregressi Jokers, a me viene subito in mente il volto di Jack Nicholson nel film di Tim Burton, un volto che a sua volta non riesco a scindere dalla straordinaria interpretazione dell’attore in Shining, dell’immortale Stanley Kubrik, uno che di follia e di cattiveria, degli uomini e dei tempi, se ne intendeva davvero.
 
Dr. Mario Iannucci
Psichiatra psicoanalista
Esperto di Salute Mentale applicata al Diritto
 





[1]
Boyce N., The Lancet Psychiatry, Editoriale  della Newsletter del 31.10.2019.
Mario Iannucci

06 Novembre 2019

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