La medicina generale non si misura in ore, ma nella relazione di fiducia

La medicina generale non si misura in ore, ma nella relazione di fiducia

La medicina generale non si misura in ore, ma nella relazione di fiducia

Gentile Direttore, la discussione sulle nuove modalità organizzative della Medicina Generale rischia di concentrarsi troppo sugli aspetti numerici: quante ore, quali sedi, quali turni. Ma la vera domanda dovrebbe essere un'altra: che tipo di assistenza vogliamo costruire per i nostri cittadini?

Gentile Direttore,

la discussione sulle nuove modalità organizzative della Medicina Generale rischia di concentrarsi troppo sugli aspetti numerici: quante ore, quali sedi, quali turni. Ma la vera domanda dovrebbe essere un’altra: che tipo di assistenza vogliamo costruire per i nostri cittadini?

La medicina generale nasce da un principio semplice ma fondamentale: un Medico che conosce la storia del proprio paziente, la sua famiglia, le sue fragilità, il suo contesto sociale, riesce a curarlo meglio.

Il rapporto fiduciario non è un elemento romantico del passato, ma uno strumento clinico. Significa conoscere prima ancora della malattia la persona che abbiamo davanti. Significa intercettare precocemente problemi, evitare prestazioni inutili, accompagnare il paziente nelle scelte difficili.

Le Case di Comunità possono rappresentare una grande opportunità se diventano luoghi di integrazione, collaborazione e supporto alla medicina del territorio. Ma rischiano di perdere il loro significato se per essere riempite si sottraggono tempo e presenza ai medici nei loro ambulatori e ai pazienti che li hanno scelti.

Il rischio concreto è quello di creare un paradosso: togliere ore al medico che conosce i propri assistiti per destinarle all’assistenza di persone che non conosce, mentre il suo paziente storico perde disponibilità, ascolto e continuità.

La Medicina Generale è già oggi una professione fragile: carichi di lavoro crescenti, difficoltà nel trovare sostituti, giovani colleghi sempre meno attratti da un modello che rischia di trasformare un professionista autonomo in un esecutore di ore e servizi.

La crisi della sanità non si risolve semplicemente spostando medici da un luogo all’altro. Si risolve restituendo valore alla professione, creando condizioni che permettano ai medici di prendersi cura delle persone e non solo di garantire prestazioni.

Il cittadino non ha bisogno soltanto di trovare un Medico disponibile in un edificio nuovo. Ha bisogno di avere un medico che lo conosca, che sappia leggere la sua storia e che rappresenti un punto fermo in un sistema sanitario sempre più complesso.

La vera innovazione non dovrebbe essere sostituire la prossimità con l’organizzazione, ma usare l’organizzazione per proteggere la prossimità.
La riforma della medicina generale non può nascere sottraendo tempo ai pazienti per aumentare la disponibilità del sistema: sarebbe come riparare una diga togliendo mattoni dalla sua base.

Elisabetta Sposini
Medico di Medicina Generale, Perugia

17 Luglio 2026

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