La “normalità diversa” del dopo Covid

La “normalità diversa” del dopo Covid

La “normalità diversa” del dopo Covid
È urgente ragionare (anche) su un percorso di accompagnamento rivolto alla popolazione, che si configuri come un reale strumento di empowerment della comunità e di coinvolgimento attivo dei singoli. Perché l’urgenza è sostenere gli Italiani nel loro processo di cambiamento comportamentale (il così detto “Behavioural change”) che è alla base di qualsiasi obiettivo preventivo 

Gentile Direttore,


l’andamento dei dati epidemiologici fa ben sperare sulla possibilità di passare presto alla seconda fase di gestione della pandemia da COVID19: quella della ricostruzione e della ripresa. Tuttavia, l’ottimismo è ridimensionato dagli scienziati che mettono in guardia circa i tempi tecnici necessari per sviluppare un vaccino ed interventi farmacologici efficaci. Il risultato è che con il COVID19 dovremo imparare a convivere ancora per un bel po’. E questo avrà un indubbio impatto sulle abitudini di vita e la quotidianità degli Italiani.

Quando si tornerà alla “normalità”? Questa è la domanda cruciale che tormenta esperti, decisori e soprattutto i cittadini. La questione a mio avviso va posta in altri termini: quale “normalità” ci aspetta nei prossimi mesi? Quel che è certo è che nulla sarà più come prima. La “normalità” che ci aspetta sarà diversa, non paragonabile a quella del pre-COVID19. Nella fase 2 (e poi anche nella “fase 3” e fase 4) “normalità” sarà aver imparato a convivere con il Virus e con misure preventive più o meno restrittive e riconfiguranti la nostra libertà di comportamento. “Normalità” sarà maturare la consapevolezza che la salute è un bene prezioso e fragile, che necessita di attenzione e determinazione da parte di ognuno di noi per non sciuparla.

Certamente non sarà facile per i cittadini accettare che oltre alle fatiche economiche, lavorative ed organizzative con cui si dovrà fare i conti, nella fase 2 bisognerà riconfigurare pesantemente le nostre abitudini e il nostro stile di vita. Questo sarà fonte di grande frustrazione e potrà portare a reazioni negative di “reattanza”, cioè di ribellione ad imposizioni percepite come ingiuste. Reazioni psicologiche comprensibili, che necessitano di essere gestite, ma soprattutto ascoltate e prevenute, prima che abbiano effetto negativo sulla salute dei singoli e della collettività.

E qui viene il punto: per passare efficacemente alla fase 2 del COVID19 è urgente ragionare (anche) ad un percorso di accompagnamento rivolto alla popolazione, che non sia solo un mero passaggio di nozionismo sul Virus e sua prevenzione, bensì che si configuri come un reale strumento di empowerment della comunità e di coinvolgimento attivo dei singoli. Perché l’urgenza è sostenere gli Italiani nel loro processo di cambiamento comportamentale (il così detto “Behavioural change”) che è alla base di qualsiasi obiettivo preventivo.
 
L’adattamento psicologico al cambiamento di stile di vita e la determinazione nel perseguire tale cambiamento non possono essere un “affare” dei singoli cittadini. Non è sufficiente sgridare i cittadini che cedono e mettono in atto comportamenti non aderenti alle misure di contenimento. Certo, il disobbedire alle regole va perseguitato. Ma prima bisogna garantire che i cittadini dispongano delle conoscenze e dei supporti (pragmatici emotivi, motivazionali, sociali…) necessari per aderire alle regole.

Lo sappiamo da sempre. La ricerca scientifica in psicologia ha prodotto numerose evidenze sugli ostacoli psicologici all’aderenza e al cambiamento comportamentale. Oltre alla diagnosi, la ricerca scientifica ha messo in luce soluzioni per l’educazione efficace dei cittadini. Sono note. Sono già da decenni applicate in modo capillare ed efficace nella prevenzione primaria e secondaria di numerosi fattori di rischio.

E allora: perché non usare queste conoscenze e queste competenze per realizzare ora, in modo capillare e sinergico con le misure sanitarie centrali, un percorso strutturato ed efficace di educazione al cambiamento di stile di vita da COVID19? Va fatto ora, prima che non sia troppo tardi. 
 
Guendalina Graffigna
Direttore di EngageMinds HUB – Consumer, Food & Health Engagement Research Center
Università Cattolica

Guendalina Graffigna

20 Aprile 2020

© Riproduzione riservata

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