Gentile Direttore,
il Terzo settore è ormai una parte strutturale dell’economia e del welfare del nostro Paese. Non è più, se mai lo è stato, soltanto il luogo della generosità, dell’associazionismo e del volontariato. È un sistema complesso che produce servizi, cura, assistenza, inclusione, formazione, cultura e occupazione. E soprattutto è un settore nel quale lavorano centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, con professionalità, competenze e responsabilità sempre più elevate. Ed è proprio qui che occorre sciogliere un equivoco che, nel tempo, rischia di essere diventato quasi una cultura: essere “non profit” non può significare chiedere a chi lavora di accettare condizioni diverse, minori riconoscimenti o diritti più deboli rispetto agli altri settori.
La natura non lucrativa riguarda l’organizzazione, la destinazione degli eventuali utili, la missione che essa sceglie di perseguire. Non riguarda le lavoratrici e i lavoratori. Chi viene assunto da una cooperativa sociale, da una fondazione, da un’associazione o da un’impresa sociale non sta facendo volontariato. Offre sul mercato del lavoro il proprio tempo, la propria professionalità, le proprie competenze, spesso esercitate in ambiti particolarmente delicati: assistenza, salute, disabilità, educazione, fragilità, marginalità. Eppure nel confronto con le organizzazioni datoriali del Terzo settore ricorre troppo spesso una sorta di premessa implicita: siamo non profit, quindi bisogna comprendere.
Comprendere che le risorse sono limitate, comprendere che gli aumenti sono difficili, comprendere che alcuni avanzamenti normativi costano, comprendere che certe tutele devono essere calibrate, rinviate, talvolta ridimensionate. È qui che nasce la trappola. Perché la comprensione delle specificità di un settore non può trasformarsi nella disponibilità permanente delle lavoratrici, dei lavoratori e perfino delle loro rappresentanze sindacali a considerare normale ciò che normale non è.
Un contratto non è soltanto salario. È orario di lavoro, riposi, ferie, permessi, organizzazione, formazione, sicurezza, conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, progressioni, tutele, relazioni sindacali. È la misura concreta del valore che una società e un’organizzazione attribuiscono alle persone che vi lavorano. E la stessa logica vale anche oltre il contratto. Vale nel modo in cui si organizzano i turni, si gestiscono i carichi di lavoro, si riconoscono le professionalità, si ascoltano le rappresentanze, si affrontano i problemi quotidiani. Il rischio è che il “siamo non profit” diventi, magari senza neppure essere pronunciato, una sorta di credito morale permanente nei confronti di chi lavora. Ma la missione sociale di un’organizzazione non può essere trasferita sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori.
Naturalmente esistono problemi di sostenibilità, risorse, convenzioni, accreditamenti e rapporti complessi con le istituzioni. Sarebbe semplicistico ignorarli. Sono questioni che devono essere affrontate nei luoghi appropriati, attraverso una programmazione seria e un confronto tra tutti i soggetti coinvolti. Ma non possono diventare automaticamente la motivazione con la quale comprimere il lavoro o rinviare indefinitamente il riconoscimento dei suoi diritti.
C’è poi una contraddizione che dovrebbe interrogarci ancora di più. Al Terzo settore chiediamo oggi innovazione, competenze nuove, capacità digitali, progettazione, professionalità sanitarie, educative e sociali sempre più qualificate. Gli chiediamo di intercettare nuovi bisogni e nuove fragilità e, soprattutto, di attrarre giovani donne e uomini capaci di immaginare nuovi modelli di welfare. Ma non si attraggono le nuove generazioni chiedendo loro una sorta di sacrificio preventivo in nome della bontà della missione. Il valore sociale del lavoro non può diventare il motivo per attribuirgli un valore economico, normativo o professionale inferiore. Anzi, dovrebbe accadere esattamente il contrario. Anche il sindacato deve fare attenzione a non cadere nella stessa trappola.
Conoscere le difficoltà delle organizzazioni e confrontarsi responsabilmente con esse è necessario. Trasformare però quella comprensione in una giustificazione permanente dei ritardi contrattuali, delle risorse insufficienti o di diritti più contenuti sarebbe un errore. La contrattazione serve proprio a comporre interessi differenti. Non a chiedere a una sola parte di comprendere sempre le ragioni dell’altra. Il Terzo settore svolge una funzione straordinaria nel nostro Paese. Proprio per questo dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali il valore della persona e del lavoro trovano la loro espressione più alta, non uno spazio nel quale la nobiltà della missione finisce paradossalmente per rendere più debole chi quella missione realizza ogni giorno. Il non profit è una scelta dell’organizzazione.
Il volontariato è una scelta libera della persona. Essere una lavoratrice o un lavoratore è un’altra cosa. E nessuna missione, per quanto socialmente importante, può chiedere a chi lavora di lasciare una parte dei propri diritti fuori dalla porta.
Rita Longobardi
Segretaria generale UIL FP