Gentile Direttore, per molti anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto sui rischi. Si discute di errori, allucinazioni, disinformazione, perdita di competenze e sostituzione del lavoro umano. Sono questioni reali e meritano attenzione. Esiste però un altro aspetto di cui si parla molto meno e che potrebbe avere conseguenze profonde per il futuro della ricerca scientifica: l’intelligenza artificiale sta riducendo il costo della competenza operativa.
Non il costo delle idee. Non il costo della curiosità. Non il costo del pensiero critico. Quelli restano esclusivamente umani.
Si sta invece riducendo il costo di trasformare un’idea in un progetto concreto.
Per decenni la produttività scientifica è dipesa non soltanto dalla qualità dei ricercatori, ma anche dalla disponibilità di risorse. Le grandi università e i grandi centri di ricerca hanno potuto contare su traduttori, statistici, grafici, metodologi, bibliotecari e collaboratori dedicati. Molti clinici che svolgevano attività di ricerca accanto al lavoro assistenziale non disponevano degli stessi strumenti.
Io appartengo a questa seconda categoria.
Nel corso della mia attività professionale non ho mai avuto grandi finanziamenti o strutture accademiche particolarmente potenti alle spalle. Come molti medici ospedalieri, ho sviluppato idee, studi e progetti principalmente grazie alla determinazione personale.
La difficoltà non è mai stata immaginare una ricerca. La difficoltà è sempre stata realizzarla.
Il primo ostacolo era la lingua inglese. L’inglese rappresenta oggi la lingua universale della scienza. Molti ricercatori italiani leggono la letteratura internazionale senza particolari difficoltà, ma scrivere un articolo destinato a una rivista scientifica richiede competenze linguistiche molto diverse. Per anni questo ha significato dipendere da traduttori, colleghi o servizi professionali spesso costosi e non sempre immediatamente disponibili.
Oggi posso scrivere nella mia lingua madre e ottenere rapidamente una traduzione scientifica di elevata qualità da sottoporre alla revisione finale umana. Ciò che richiedeva settimane può essere realizzato in poche ore.
Il secondo ostacolo era la statistica. L’intelligenza artificiale non sostituisce lo statistico esperto, né dovrebbe farlo. Tuttavia, consente di comprendere meglio i metodi, verificare procedure, preparare dataset, esplorare ipotesi e dialogare in modo molto più efficace con i professionisti della metodologia. Per molti ricercatori clinici la statistica non è più una scatola nera, ma un interlocutore.
Il terzo ostacolo era la grafica scientifica. Figure, diagrammi e rappresentazioni visive sono diventati elementi fondamentali della comunicazione scientifica moderna. Fino a pochi anni fa ottenere materiale grafico professionale richiedeva competenze specifiche o risorse economiche spesso non disponibili. Oggi strumenti di intelligenza artificiale consentono di produrre immagini e schemi di elevata qualità a costi minimi.
A questi vantaggi se ne sono aggiunti altri.
L’intelligenza artificiale facilita la ricerca delle riviste più adatte a un determinato manoscritto. Permette di esplorare rapidamente discipline lontane dalla propria area di competenza. Aiuta a collegare concetti provenienti da ambiti differenti. Può funzionare come una sorta di “sparring partner” intellettuale, capace di evidenziare punti deboli, criticità metodologiche e possibili controargomentazioni.
Non genera necessariamente le idee. Aiuta però a metterle alla prova.
Esiste infine un aspetto meno evidente ma forse ancora più importante: la memoria organizzata. Chi conduce ricerca indipendente lavora spesso su numerosi progetti contemporaneamente. Conservare collegamenti, intuizioni e percorsi di ragionamento accumulati negli anni non è semplice. L’intelligenza artificiale può contribuire a mantenere questa continuità intellettuale.
Nel 2015 Umberto Eco osservò provocatoriamente che i social network avevano dato diritto di parola a legioni di persone che in passato disponevano di una visibilità molto più limitata. Il suo timore era che la democratizzazione della parola non coincidesse con una democratizzazione della competenza. In parte aveva ragione. I social media hanno abbassato il costo della pubblicazione delle opinioni.
L’intelligenza artificiale sta abbassando il costo operativo della competenza.
Sono fenomeni profondamente diversi.
Un social permette a chiunque di esprimersi. L’intelligenza artificiale permette a chiunque di tradurre, analizzare dati, programmare, costruire figure, consultare la letteratura e affrontare problemi che prima richiedevano competenze tecniche difficilmente accessibili.
Naturalmente questo non significa che tutti diventeranno buoni ricercatori. Uno strumento non sostituisce il pensiero.
Una cattiva idea rimane una cattiva idea anche se assistita dall’intelligenza artificiale. Ma una buona idea, proveniente da un piccolo ospedale, da una periferia accademica o da un ricercatore privo di grandi mezzi, oggi ha molte più possibilità di essere sviluppata, comunicata e valutata.
Per questo motivo considero l’intelligenza artificiale una delle innovazioni più importanti che abbia incontrato nella mia vita professionale. Non perché mi abbia dato idee che non avevo. Ma perché mi ha fornito strumenti che per molti anni non ho potuto permettermi.
Forse il contributo più importante dell’intelligenza artificiale alla scienza non sarà sostituire gli scienziati.
Forse sarà permettere a molti più scienziati di esprimere finalmente il proprio potenziale.
Prof. Antonio Ragusa
Medico Chirurgo Specialista in Ostetricia e Ginecologia
Primario della S. C. di Ostetricia e Ginecologia Ospedale di Sassuolo