Ma mi faccia il piacere!

Ma mi faccia il piacere!

Ma mi faccia il piacere!

Gentile Direttore, era il 23 dicembre 1978, l’onorevole, lei sì, Tina Anselmi, primo Ministro della sanità donna, enunciava in Parlamento i principi del nuovo Servizio Sanitario Nazionale su cui poggiava la legge 833 che si andava ad approvare: “Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza...

Gentile Direttore,
era il 23 dicembre 1978, l’onorevole, lei sì, Tina Anselmi, primo Ministro della sanità donna, enunciava in Parlamento i principi del nuovo Servizio Sanitario Nazionale su cui poggiava la legge 833 che si andava ad approvare: “Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza dei trattamenti, rispetto della dignità e della libertà della persona”. Negli atti parlamentari si legge che Presidente della Camera Pietro Ingrao proclama: “Comunico il risultato della votazione. Istituzione del Servizio sanitario nazionale. Presenti: 465, votanti 458, astenuti 7, maggioranza 230, Voti favorevoli 381, voti contrari 70. La Camera approva”.
Un emozionante passaggio della crescita civile e morale del Paese.

A votare contro la legge 833 furono il Partito Liberale ed il Movimento Sociale Italiano.
Stranezze della politica italiana, a gestirne l’attuazione, come Ministro della sanità, nel Governo successivo alla riforma, ci mettono Renato Altissimo, segretario del PLI.

A fondamenta del SSN fu creata una struttura, la Medicina di Base, ed un ruolo definito per legge, ma non ancora da specifiche competenze e compiti, il “Medico di Base”.

La novità assoluta, la prima fra le tante, era che, in coerenza con il principio costituzionale del diritto alla salute della persona, il cittadino poteva scegliersi il proprio medico di fiducia, che era non “centrale” (questa centralità riconosciutami dalle istituzioni succedutesi negli oltre quaranta anni di attività mi ha fatto sentire solo un bersaglio), onorevole Schillaci, ma la base che doveva reggere il tutto.

Il tentativo di destrutturare il SSN inizia da subito, per interessi che poco hanno a che fare con i bisogni di salute della gente e molto con i profitti di più svariati gruppi di affari.

Negli anni, va ad inserirsi nella cornice culturale del Neoliberismo: riduzione dell’intervento statale nell’economia, favorendo il libero mercato, la concorrenza, le privatizzazioni e la deregolamentazione; passaggio di beni e servizi dal settore pubblico a quello privato.

Difficile smantellare tout court un qualcosa che il popolo sente suo, ma se si colpisce la base è più facile fare crollare qualsiasi l’edificio, anche una fortezza.

Chi sa non ci avesse fatto un pensiero il professore Francesco Di Lorenzo, Ministro della sanità del governo Amato, mentre, con decreto-legge n° 384 del 19 settembre 1992, si deliberava un nuovo balzello per il cittadino, la “tassa sul medico di famiglia” di 85mila lire, che gli Italiani pagarono, pur mugugnando, per il timore di perdere il proprio medico di fiducia.

Certo è che con un socialista a capo del Governo e un liberale a Ministro della sanità, inizia lo smantellamento di una Sanità Universalistica e Pubblica garantita dalla Stato.

Le successive riforme, decreto legge n° 502 del 30 dicembre 1992 che introduce l’aziendalizzazione, la regionalizzazione e i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), appena mitigato nei suoi effetti peggiori dal Decreto Legge n° 517 del 7 dicembre 1993 che meglio definisce i criteri di aziendalizzazione delle istituzioni sanitarie; il Decreto Legislativo n° 229 del 19 giugno 1999, noto come Riforma Bindi o Riforma-ter”; la riforma del Titolo V della Costituzione (legge costituzionale n. 3 del 2001) con il quale si delega la Sanità alle regioni; sono le tappe della decostruzione del SSN sempre più definanziato e depauperato di capitale umano. Ultima tappa, in ordine di tempo, la sanità differenziata, per quattro regioni del Nord, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, alla quale è stato dato il via libera dalla Conferenza Unificata Stato Regioni.

In tutto questo ribaltamento culturale, alla base della destrutturazione del Servizio Sanitario Nazionale, rientra la riforma della medicina generale. Scompare il “Medico della Persona”, sostituito da servizi di medicina generale che non rispondono ai bisogni di Salute dei cittadini, ma a logiche organizzative ed economiche di sistema. “Ma mi faccia il piacere” – direbbe Totò – a chi dice che non verrà intaccato il rapporto fiduciario tra paziente e medico di famiglia.

Quello è già venuto meno nel momento che è stata impedita la libera scelta del proprio medico di fiducia, conseguente alla carenza dei medici di base che non era da prevedere, perché si conosceva dal 1980.
La carenza non è stata improvvisa: è stata strategica. Volutamente non si è voluto riempirla, demotivando i giovani ad esercitare la medicina generale, non riconoscendole quel valore morale, culturale, scientifico, professionale e sociale che aveva e che, con profondo dolore, dico non ha più.

Chiudo chiedendomi: “Mentre questo avveniva, la società scientifica dove era (forse andava aziendalizzandosi anch’essa)? Il sindacato/i dove erano (ad inseguire la politica per non perdere rendita di posizione)? Soprattutto, dove erano e dove stanno i cittadini?”.

Il ministro Schillaci dice in risposta al question time di qualche giorno fa alla Camera: “Non smantelliamo il medico di famiglia, ne rafforziamo il ruolo”.

Ministro: “Ma mi faccia il piacere!”.

08 Maggio 2026

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