Medicina Generale, non serve solo la specializzazione universitaria

Medicina Generale, non serve solo la specializzazione universitaria

Medicina Generale, non serve solo la specializzazione universitaria

Gentile Direttore,
negli ultimi anni si è riacceso il dibattito sulla trasformazione della Medicina Generale da corso regionale a scuola di specializzazione universitaria. Non si tratta di una questione burocratica o di una battaglia accademica: è una sfida decisiva per il futuro del nostro Servizio Sanitario Nazionale e per la qualità formativa delle nuove generazioni di medici.

Oggi la Medicina Generale vive una contraddizione che sfiora il paradosso: molti medici di famiglia sono docenti universitari, ma non possono insegnare la propria disciplina. Insegnano medicina interna, medicina legale, medicina d’urgenza… tutto, tranne ciò che praticano ogni giorno. Così, nelle aule universitarie di Medicina e Chirurgia, gli studenti non incontrano mai la Medicina Generale come materia autonoma, non vedono il medico di famiglia come docente e non conoscono la realtà dell’assistenza primaria, della presa in carico, della continuità delle cure.

È una distorsione che priva la formazione universitaria del contatto con la medicina territoriale e nega agli studenti la possibilità di conoscere la prima linea del sistema sanitario. La formazione regionale, pur avendo garantito per anni un percorso dedicato, oggi non basta più. Il sistema sanitario richiede competenze complesse, integrazione con il territorio, capacità di ricerca e visione comunitaria. Eppure, senza un riconoscimento universitario, la Medicina Generale resta esclusa dai luoghi in cui si formano i futuri medici.

Basta guardare alla storia recente degli infermieri per capire quanto sia urgente questo cambiamento. Negli anni ’90, con la legge 341/1990, la formazione infermieristica è entrata in università, costruendo una carriera accademica autonoma, con lauree magistrali, dottorati e ricerca. Non fu un passaggio semplice, ma una scelta politica e culturale che ha restituito dignità, riconoscimento e autorevolezza a una professione essenziale.

La Medicina Generale, invece, è rimasta ai margini. Le Regioni gestiscono ancora la formazione, le borse di studio restano inferiori per numero e retribuzione rispetto a quelle universitarie, e il titolo non è equiparabile a una specializzazione. Il risultato? Un percorso poco attrattivo per i giovani e una disciplina che, pur essendo centrale nel SSN, è invisibile nel mondo accademico.

Trasformare la Medicina Generale in una scuola di specializzazione universitaria non è un privilegio, ma una necessità per il Paese. Significa garantire standard formativi nazionali, costruire un ponte tra università e territorio, valorizzare la ricerca nelle cure primarie e restituire dignità accademica a una professione che è il fondamento della sanità pubblica.
Il vero ostacolo non è tecnico, ma politico e sindacale. Ministero della Salute, Regioni e Università restano arroccati sulle proprie competenze, mentre la categoria medica si presenta frammentata, divisa in troppe sigle e linguaggi. Se vogliamo una Medicina Generale universitaria, dobbiamo prima costruire una Medicina Generale unitaria, capace di parlare con una sola voce.

Non chiediamo soltanto una scuola di specializzazione. Chiediamo di poter esistere nella formazione dei futuri medici, di restituire visibilità a un sapere che rischia di scomparire. Perché la vera emergenza non è la mancanza di risorse, ma la nostra invisibilità formativa. Un sapere che non si insegna, presto o tardi, smette di esistere.

Dott.ssa Eleonora Grimaldi
Medico di famiglia – FIMMG Roma

31 Ottobre 2025

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