Parlare di medicina o parlare di sanità

Parlare di medicina o parlare di sanità

Parlare di medicina o parlare di sanità

Gentile direttore,
parlare di medicina, parlare di sanità e abitare gli interstizi di incertezza dei nostri processi vuol dire vivere nel Sistema sanitario attuale, vuol dire vivere il quotidiano insieme ad altri colleghi professionisti e le persone che hanno uno o più bisogni e cercano una risposta.

Ma parlare di medicina vuol dire rispondere alla domanda: “Che cosa ho?”, invece parlare di sanità interroga un’altra dimensione: “Chi si prende cura di me?”. Ma tra queste due domande, apparentemente chiare, si aprono spazi meno nitidi, zone di passaggio, faglie di responsabilità. Sono gli interstizi di incertezza che attraversano i nostri processi quotidiani.

Non tutto è codificabile, non tutto è prevedibile. Le linee guida, i PDTA, le check list servono, ma non bastano. Ogni processo assistenziale, se guardato da vicino, mostra discontinuità, sovrapposizioni, zone grigie. In quegli interstizi si colloca la vera arte del prendersi cura. Non sono spazi vuoti da colmare, ma soglie da abitare con consapevolezza, con responsabilità, dove la qualità si costruisce insieme. Sono i momenti in cui si misura la tenuta etica e professionale del sistema.

Medici, infermieri, tecnici e fisioterapisti si trovano ogni giorno a dover decidere non solo in base ad un sapere scientifico, ma dentro contesti mutevoli, pazienti complessi, famiglie contraddittorie, sistemi organizzativi diseguali. È lì che si gioca la partita della sanità contemporanea. E proprio lì, spesso, si genera frustrazione, perché il sapere tecnico non basta, e il sistema non sempre ci sostiene. Ma è anche lì che si aprono possibilità di innovazione, relazione e trasformazione.

Serve una cultura della presenza e della riflessività. Serve riconoscere che la variabilità è fisiologica, ma non può diventare alibi per l’arbitrio. Occorre promuovere forme di “disobbedienza coerente e competente” quando l’aderenza cieca al percorso standard rischia di tradire il paziente. Occorre formare professionisti capaci di agire con giudizio situato, etica relazionale e pensiero laterale. La formazione, oggi, non può più essere solo trasmissione di protocolli, ma deve includere la capacità di stare nel non-sapere, nel conflitto, nella negoziazione.

Gli interstizi non sono solo luoghi di incertezza, ma anche di possibilità. Sono spazi in cui il sapere tecnico si piega alla necessità umana di essere visti, ascoltati, riconosciuti nella propria singolarità. È qui che la medicina può farsi cura, e la sanità può diventare alleanza. È qui che si esercita quella responsabilità diffusa che tiene insieme le tessere del sistema.

Per questo parlare di sanità, oggi, non può prescindere dal pensare insieme ai professionisti e alle persone i contesti reali della cura. Significa valorizzare le alleanze interprofessionali, superare i confini disciplinari, promuovere la responsabilità condivisa.

Significa anche interrogarsi su come disegnare organizzazioni che sappiano sostenere l’operatività nella complessità, riconoscendo la fatica, i tempi, le emozioni della cura.

In sanità, abitare l’incertezza non è un fallimento del sistema, ma una sua condizione costitutiva. Riconoscerlo è il primo passo per prendercene cura. È una sfida culturale, formativa e politica che interpella tutti: professionisti, dirigenti, formatori e cittadini. Perché l’incertezza non si elimina, ma si accompagna. E in questo accompagnare, forse, si gioca il senso più profondo del nostro essere cura.

Renzo Ricci
Dirigente Professioni Tecnico Sanitarie e della Riabilitazione

24 Settembre 2025

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