Quale comunicazione col paziente in tuta, occhiali e mascherina?

Quale comunicazione col paziente in tuta, occhiali e mascherina?

Quale comunicazione col paziente in tuta, occhiali e mascherina?

Gentile Direttore,
la pandemia di COVID-19 ha ridisegnato il luogo dell’incontro tra l’ammalato e il professionista sanitario, riducendo sia il tempo dedicato all’ascolto delle storie di malattia (disease, illness e sickness) sia la qualità del contatto fisico. In questo nuovo contesto, i Tecnici Sanitari di Radiologia Medica (TSRM) – attori indiscussi nella lotta contro il coronavirus insieme agli infermieri, agli OSS, ai medici e alle professioni sanitarie che hanno contatto diretto con gli ammalati – hanno dovuto, non perdendo di vista la loro identità e mission, ristrutturare il modo di prendersi cura del paziente, agendo comportamenti diversi dall’ordinario e adottando nuove strategie comunicative.
 
La professione, vocata all’ascolto e all’incontro emotivo, ha dovuto dunque riorganizzarsi. La necessità di ridurre i tempi – da brevi a essenziali – e l’uso dei dispositivi di protezione individuali (DPI), misure necessarie e indiscutibili per contenere il contagio, sono state adottate per ogni fase dell’indagine diagnostica, dall’accoglienza al congedo.
 
Caratteristica dei dispositivi di protezione individuali (tute, visiere e mascherine) è quella di rendere anonimo il professionista lasciando scoperti solo gli occhi; la persona che necessita della prestazione radiologica si trova dunque di fronte un operatore “anonimo” la cui comunicazione non verbale è deficitaria e alterata sia nel tono alto della voce, necessario per superare la barriera acustica determinata dai DPI, sia per la mancata percezione del linguaggio emotivo facciale.
 
La relazione, seppur breve e limitata, ha mantenuto il compito fondamentale di riassumere, orientare ed esplicitare. Riassumere le informazioni “clinico-anamnestiche” raccolte al fine di poter ottimizzare, di concerto con il medico specialista in radiologia, la tecnica d’esame; orientare i comportamenti del paziente durante l’esecuzione dell’indagine – dando le opportune indicazioni tecnico-operative – per facilitarne la collaborazione; esplicitare, infine, l’agito e l’inter-agito del paziente cambiando strategia narrativa: dalla narrazione generica e ampia di una condizione consueta “non covid-19”, a una descrizione, seppur ristretta, congrua con il sentire dell’esperienza significativa di un paziente affetto da infezione da coronavirus o per il quale la malattia è solo sospetta.
 
Fondamentale è stato il predisporre ambienti funzionali e confortevoli per l’accoglienza e per la raccolta delle informazioni (setting) – utili a circoscrivere e definire i bisogni del paziente e per comunicare come e quando ritirare il risultato dell’indagine – adottando una comunicazione simmetrica e circolare e mantenendo sempre il contatto visivo: con gli occhi abbiamo accolto, sorriso, incoraggiato.


 



 
La professione del Tecnico di Radiologia è, data la molteplicità delle tecnologie a rapida evoluzione in uso nella pratica quotidiana, avvezza ai cambiamenti; a farci cambiare in questi mesi però è stato un virus venuto da lontano e il conseguente sentire comune pazienti-operatori (fiducia e speranza) capace, in sisntesi, di farci riflettere su quanto sia importante implementare le competenze tecniche con le competenze relazionali. Sia dunque il Covid-19 un ulteriore maestro per la categoria professionale che saprà ben fare della sua esperienza un apprendimento “pàthei màthos”.
 
Dott.ssa Teresa Caterina Marasco
CPS Tecnico di Radiologia Medica – AOU Mater Domini di Catanzaro, laureata in scienze e tecniche di psicologia cognitiva
 
Dott. Francesco Sciacca
CPS Tecnico di Radiologia Medica – ASP di Siracusa

08 Maggio 2020

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