Gentile Direttore,
il recente intervento del presidente CIMO-FESMED Guido Quici, che ha richiamato l’attenzione sul rapporto diretto tra carenza di personale, riduzione dell’offerta sanitaria e aumento delle liste d’attesa, coglie uno dei nodi più profondi della crisi del Servizio sanitario nazionale.
Il tema, infatti, non è soltanto quello della mancanza di medici e dirigenti sanitari, ma il modo in cui negli ultimi anni è stata governata la spesa. I tetti sul personale, introdotti come strumento di contenimento, hanno finito per produrre un effetto paradossale: non hanno davvero ridotto la spesa complessiva, ma l’hanno spostata verso capitoli meno trasparenti, meno efficienti e molto più costosi.
La compressione della spesa per il personale ha infatti favorito il ricorso crescente a cooperative, appalti, esternalizzazioni e medici a gettone, generando un sistema segnato da lavoro precario, minore continuità assistenziale, qualità disomogenea delle prestazioni e costi unitari spesso ben più elevati rispetto a quelli del personale strutturato.
Si è così creato un modello profondamente distorsivo: si è bloccata artificialmente la spesa sul personale dipendente, ma si è consentito che una parte rilevantissima dei costi reali del lavoro sanitario si riversasse nel capitolo beni e servizi. In altri termini, si è finto di risparmiare sul personale, spendendo di più altrove.
È per questo che oggi occorre superare un equivoco di fondo: ogni euro investito nel personale non è semplicemente un costo in più, ma può rappresentare un risparmio complessivo per il sistema. Ogni euro speso per rafforzare gli organici stabili può tradursi in molti euro risparmiati nella spesa per beni e servizi, dove troppo spesso sono stati allocati costi che, nella sostanza, erano costi di personale mascherati.
Il personale strutturato garantisce continuità, responsabilità professionale, integrazione nei percorsi clinici, minore turn over e migliore qualità organizzativa. Al contrario, il ricorso sistematico ai gettonisti e alle cooperative non solo non risolve in modo stabile le carenze, ma alimenta precarietà, frammentazione e ulteriore spesa.
In Sardegna, questi temi sono emersi con chiarezza nel recente incontro promosso dalla Presidente della Regione e Assessore alla Sanità Alessandra Todde, nell’ambito del confronto sulle linee guida per gli atti aziendali.
Nel corso dell’incontro è emersa una sensibilità concreta sul tema dei tetti di spesa del personale e sulla necessità di superare i meccanismi che hanno favorito negli anni il ricorso ai medici a gettone. È un punto politicamente rilevante, anche perché la stessa Presidente ha manifestato la volontà di ridurre progressivamente il ricorso a queste forme di lavoro, riconoscendone i limiti sia sul piano economico sia su quello della qualità dell’assistenza.
Si tratta di una scelta condivisibile e necessaria. Superare il sistema dei gettonisti non è solo una misura organizzativa: è una scelta di modello sanitario. Significa riportare al centro il servizio pubblico, la stabilità del lavoro, la responsabilità professionale e la qualità delle cure. Significa, soprattutto, ricondurre la spesa sanitaria entro un perimetro più trasparente, più controllabile e più efficiente.
A questo punto, però, il tema dei tetti di spesa sul personale non può più essere aggirato o rinviato. Deve essere affrontato apertamente.
La Sardegna ha, da questo punto di vista, una condizione peculiare e una forza giuridica che andrebbe valorizzata fino in fondo. Il Servizio sanitario regionale, infatti, è finanziato integralmente con risorse regionali, senza alcun apporto a carico del bilancio dello Stato.
La sentenza n. 141 del 2024 della Corte costituzionale ha chiarito in modo netto che, per la Regione autonoma Sardegna, lo Stato non può imporre modalità di contenimento della spesa sanitaria quando non partecipa al suo finanziamento.
Il principio affermato è molto chiaro: se la Regione sostiene con risorse proprie l’intero costo del proprio sistema sanitario, deve poter scegliere anche come utilizzare quella spesa, purché sia rispettato l’equilibrio economico-finanziario complessivo del Servizio sanitario regionale.
È su questo terreno che oggi si misura la serietà delle scelte politiche. Se davvero si vuole superare il sistema dei gettonisti, ridurre il ricorso alle esternalizzazioni e ricostruire un servizio sanitario pubblico più forte, la Sardegna deve tentare fino in fondo tutte le strade possibili per superare il tetto di spesa sul personale.
E, se necessario, dovrebbe avere anche il coraggio di aprire un contenzioso istituzionale con il Governo davanti alla Corte costituzionale. Non per forzare illegittimamente le regole, ma per affermare un principio di coerenza istituzionale e di tutela del diritto alla salute: chi si paga da solo il proprio servizio sanitario deve poter investire nelle proprie strutture e nei propri professionisti, invece di essere spinto verso modelli esterni, precari, meno efficienti e spesso più costosi.
Il vero nodo, dunque, non è scegliere se spendere di più o di meno, ma decidere dove e come spendere. Continuare a comprimere artificialmente il personale per poi pagare cooperative e gettonisti significa perpetuare un sistema costoso e fragile. Investire negli organici, al contrario, significa costruire continuità, qualità assistenziale e sostenibilità vera.
In Sardegna, superare il tetto di spesa sul personale non significherebbe aumentare la spesa in modo indiscriminato. Significherebbe spendere meglio, spostando risorse da forme improprie e inefficienti di acquisto del lavoro sanitario verso il rafforzamento stabile del servizio pubblico.
È qui che si gioca la sfida dei prossimi anni. Perché ogni euro speso nel personale può diventare un moltiplicatore di risparmio sulla spesa per beni e servizi. E perché la qualità del servizio sanitario non si difende comprimendo il lavoro pubblico, ma investendo su professionisti, organizzazione e continuità delle cure.
Dottor Emanuele Cabras
Segretario Aziendale CIMO FESMED
ARNAS Brotzu Cagliari