Quando le Regioni cambiano idea dopo anni: chi investirà ancora nella sanità?

Quando le Regioni cambiano idea dopo anni: chi investirà ancora nella sanità?

Quando le Regioni cambiano idea dopo anni: chi investirà ancora nella sanità?

Gentile Direttore,

C’è un punto che viene prima di tutto: la parola data dalle istituzioni deve valere.

Se una Regione può revocare in autotutela (cioè annullare da sola) una delibera dopo anni, chiedendo persino indietro soldi già spesi per garantire servizi pubblici, la fiducia si spezza. E senza fiducia, il sistema sociosanitario non sta in piedi: non investono le imprese, non assumono le strutture, non si riducono le liste d’attesa. Alla fine pagano i cittadini.

Non entro nel dettaglio del caso specifico. Il problema è più ampio: può diventare un metodo. Oggi tocca a qualcuno, domani può toccare a chiunque. È questo il messaggio che spaventa chi lavora ogni giorno nella cura: le regole possono cambiare anche dopo che hai fatto la tua parte.

Perché è grave? In primis perché salta la certezza del diritto: se un accordo firmato e rispettato si può cancellare a posteriori, non c’è più base su cui programmare. Da lì, a effetto domino, gli investimenti si fermano: chi mette risorse, assume personale, compra tecnologie, se non sa se verrà pagato o peggio se dovrà restituire? Ecco che aumentano i contenziosi e, soprattutto, si incrina il rapporto pubblico-privato accreditato: un pezzo fondamentale del servizio sanitario regionale, che lavora con regole, budget e controlli pubblici.

Non è ideologia. È organizzazione.

Il privato accreditato non sostituisce il pubblico ma lo aiuta a garantire le prestazioni: è dentro il perimetro pubblico, con tariffe fissate dalla Regione, con controlli e responsabilità. Trattarlo come un “nemico” significa indebolire il servizio nel suo insieme.

Chi ha tenuto aperti i servizi nei momenti più difficili, ha rispettato gli accordi e ha fatto la sua parte, vive questi atti come una vera e propria “violenza istituzionale”. È la sensazione che la parola data non valga più, che le regole possano cambiare quando i bilanci scricchiolano. Da qui nasce una sfiducia profonda, che non si sana con una riunione tecnica: serve infatti una scelta politica chiara.

Cinque cose concrete, da fare subito:

  1. Clausole di stabilità negli accordi: se la PA revoca dopo anni, indennizza l’affidamento leso, salvo dolo o frode.
  2. Regola del “no surprise”: niente cambi retroattivi. Le modifiche economiche si applicano solo dal futuro, con un preavviso certo.
  3. Arbitrato terzo e rapido per le controversie tra Regioni e accreditati, prima del giudice amministrativo.
  4. Trasparenza totale su spesa, prestazioni, esiti clinici e tempi d’attesa: stesse metriche per pubblico e privato, così si discute sui fatti e non sulle ideologie.
  5. Linee guida nazionali su quando e come usare l’autotutela in sanità, per evitare che ogni territorio scriva, e riscriva, le regole da solo.

Se l’autotutela diventa lo strumento per far quadrare i conti a posteriori, il prezzo lo pagheremo tutti: meno investimenti, meno servizi, più contenziosi, più liste d’attesa. Servono regole stabili, chiare, rispettate da tutti. Non per proteggere “le imprese” in astratto, ma per proteggere il diritto alla cura delle persone.

Scriviamo insieme regole che valgano domani, senza cancellare ieri.

Luca Pallavicini
Presidente Nazionale Confcommercio Salute, Sanità e Cura

28 Luglio 2025

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