Salute mentale, serve un nuovo modello di psicologia sul territorio

Salute mentale, serve un nuovo modello di psicologia sul territorio

Salute mentale, serve un nuovo modello di psicologia sul territorio

Gentile Direttore,
parlare di salute mentale nel modo in cui viene affrontato oggi il dibattito sui media italiani non è sempre facile: la ricerca del sensazionalismo, la semplificazione delle argomentazioni, la spettacolarizzazione delle opinioni più divisive, sono presupposti che rendono difficilissimo far discorsi che facciano riferimento a quelle cose lente, fredde, eppure essenziali: i modelli.

Il bonus psicologo (un modello di lavoro) ha occupato per diverso tempo tutto lo spazio del dibattito pubblico; questo ha cementato ulteriormente – purtroppo – l’associazione tra psicologia e psicoterapia. Il bonus psicologo, infatti, è accessibile solo agli psicoterapeuti: attiva dunque un lavoro che non è psicologico, ma terapeutico: tecniche, metodi, approcci e teorie sono grandemente diversi tra i due; la psicoterapia si colloca tra le cosiddette cure secondarie.

Immaginiamo che la differenza tra lavoro psicologico e terapeutico non sia un concetto chiaro per tutti quelli che leggeranno.

Dovrebbe aiutarci la lettura della norma che istituisce l’Albo professionale, che attribuisce al lavoro psicologico “l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”, ma questa norma non dice nulla sulle competenze dello psicoterapeuta, se non che si tratti di un percorso specialistico; ne deduciamo dunque che, tra i campi esclusivi dello psicologo (mettendo da parte il lavoro di terapia) restano la prevenzione, la diagnosi, il sostegno, l’abilitazione e la riabilitazione.

Lo psicologo delle cure primarie e lo psicologo di base (anche qui si tratta di modelli di lavoro) stanno occupando ora lo spazio del dibattito, e questo è un bene perché si assume come campo d’azione tutto ciò che viene prima e dopo la terapia; al di là del proclama politico, però, manca la conoscenza di quei modelli che potrebbero rendere effettivi il lavoro di prevenzione e di comunità. Troppo spesso si ritiene che il lavoro di comunità riguardi generiche attività animative, e che la prevenzione coincida in tutto e per tutto con gli eventi di sensibilizzazione.

L’OMS definisce invece le cure primarie come quell’attività di cura che si definisce per la capacità di: 1) creare punti di accesso strategici (e qui l’organizzazione di eventi può essere uno dei mezzi possibili), 2) la promozione della continuità nella relazione, 3) la complessità degli interventi messi a disposizione, 4) il coordinamento dei servizi tra livelli differenti e 5) la centratura sulla persona.
L’ultimo punto è un ritornello che ai convegni medici fa spesso sospirare; la persona al centro ricorre in tanti, troppi modelli senza che poi sia riconosciuta la possibilità di disporre di adeguati tempi di visita. È un tema.

Gli altri punti, invece, fanno riferimento ad un lavoro che attualmente sembra non avere un nome, né un confine professionale. Chi sono i professionisti della continuità, del coordinamento, della complessità? Chi si deve occupare della costruzione e della manutenzione delle relazioni tra sociale e sanitario, sanità ospedaliera e territoriale, ente pubblico e terzo settore, volontari e professionisti, azioni di advocacy e servizi professionali? Chi ha il mandato di compiere quel lavoro di tessitura preventiva senza il quale il lavoro di rete e in rete non può proprio realizzarsi?

Pensare che le reti si debbano creare e muovere in automatico è del tutto irrazionale; le reti, se acefale, restano semplicemente inerti. È nei territori in cui vige un’aspettativa così irrealistica, infatti, che i centri antiviolenza non funzionano, le persone con disabilità non ricevono attenzioni, gli alunni non ricevono supporti, chi perde un lavoro non lo ritrova. Le reti necessitano di essere costruite, orientate, facilitate, e questo è compito specifico della psicologia di comunità e della medicina delle cure primarie; che tuttavia è impensabile che lavorino senza il supporto della medicina territoriale, del servizio sociale di comunità, e di tutti quegli altri professionisti che stanno imparando a lavorare in ottica circolare, come il farmacista territoriale, l’infermiere di famiglia e l’educatore di comunità.

Ultimamente un’aura di fallimento, di occasione persa, aleggia sulle Case della Comunità, definite spesso “contenitori senza contenuto”; che un gran bene potrebbero fare se ospitassero tutte quelle professioni che lavorano in senso specialistico non sul problema individuale, ma sul modo in cui dal problema individuale possono nascere connessioni con risorse territoriali, spesso gratuite, innovative e di qualità. Il bisogno di una psicologia diversa c’è: non è pensabile di mandare chiunque stia male in terapia. I modelli anche ci sono. Ci sono persino i finanziamenti, attraverso il PNRR. Non sarà che a mancare sia la volontà politica?

Armando Toscano
Rete Psicologia Territoriale

Cesare De Virgilio
Medico specializzando in Medicina di Comunità

28 Giugno 2023

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