Specializzandi, l’Università non trucchi i numeri

Specializzandi, l’Università non trucchi i numeri

Specializzandi, l’Università non trucchi i numeri

Gentile Direttore,
puntuale come l'influenza in inverno è arrivato l'altolà degli universitari alla proposta di legge condivisa dai sindacati medici sulla formazione medica specialistica e sulla gestione e sviluppo delle risorse umane del SSN ex art 22 del Patto per la Salute. Tutto ciò non desta meraviglia perché ogni volta che si parla di riforma (strutturale) della formazione medica post lauream l'università alza le barricate e proclama l'intangibilità del sistema, a suo dire (anche) per rispondere a dettami provenienti dalle norme comunitarie.
 
Peccato perché a prendersi la briga di leggere le direttive europee si scoprirà che l'unico paese in cui il titolo di medico specialista è consegnato in solitudine dall'università è proprio il nostro. Negli altri paese sono altre le autorità che, congiuntamente o meno, gestiscono la formazione specialistica.
 
Non è quindi l'Europa che ci chiede di rispettare certi standard ma i nostri universitari che si credono unici depositari dell'autorevolezza di formare gli specialisti che, si badi bene, andranno a lavorare oltre l'80% dei casi nel SSN.
 
Gli standard di cui parla il CUN sono definiti da decreti ministeriali che ogni dieci anni vengono modificati. I primi sono del 1995 e già allora contenevano numeri di attività professionalizzanti e procedure invasive che gli specializzandi dovevano aver compiuto prima di conseguire il titolo: costituivano le norme che hanno governato la mia formazione. Erano applicate? Posso garantire che ai miei professori erano del tutto sconosciute e volutamente ignorate una volta mostrate!
 
Chi controlla che queste attività siano effettivamente svolte? L'università. Chi controlla negli osservatori nazionale e regionali la qualità della formazione? L'università. Chi decide attualmente quali strutture fanno parte della rete formativa in cui gli specializzandi si addestrano? L'università.
 
Chi controlla se il rapporto volumi di attività/specializzandi è adeguato? L'università. 
Un po' troppo per un sistema privo di conflitto di interessi, non crede? Ecco perché ci sono strutture universitarie in cui si addestrano (malamente) dieci specializzandi con trenta letti di degenza e strutture ospedaliere molto richieste in cui pochi specializzandi lavorano effettivamente per formarsi in sicurezza.
 
Perché gridare al crollo degli standard se si propone che ci sia un obbligo di rotazione degli specializzandi, che le strutture, ancorché universitarie, che non possiedono i volumi di attività adeguati (facili da misurare, sono dati già in possesso di Regioni e Aziende) vengano estromesse dalla rete? Perché indignarsi se si propone che la graduale assunzione di responsabilità sia effettiva e non finta, in modo che fino al giorno prima di prendere il pezzo di carta il medico quasi-specialista sia considerato un inetto mentre 24 ore dopo abbia licenza di uccidere?
 
I motivi sono molto semplici e sono riconducibili al fatto che gli specializzandi sono sempre stati uno strumento per le strutture universitarie per sfruttare lavoro gratis senza insegnare nulla, per ingrossare gli organici senza che questo possa essere proclamato pubblicamente, per continuare a fornire un servizio formativo di bassa qualità senza colpo ferire. Sono in pratica una delle ultime espressioni del potere baronale.
 
Poco importa che il CUN affermi che i nostri neospecialisti all'estero fanno faville. Chiedete al Dr Maldini cosa pensa di questa affermazione, dal momento che il suo titolo di specialista conseguito in Italia non gli è servito a nulla?
 
Io stesso vi posso riportare la mia piccola esperienza o, meglio, fornire i dati di un'inchiesta di più di dieci anni fa. Allora erano gli unici dati disponibili, al ministero non sapevano nulla. Non è che i nostri neospecialisti emigrano perché spossati da una formazione che di specialistico ha solo il nome e solo la rabbia e la voglia di esprimersi li porta al successo all'estero?
 
Ora il CUN chiede che gli specializzandi esprimano la loro opinione sulla formazione universitaria. Offro sin d'ora il mio aiuto per raccogliere i dati, ma per favore, l'università non trucchi i numeri, sappiamo già cosa pensano i giovani colleghi, dopo quindici anni nulla è cambiato in meglio.
 
Stefano Magnone
Chirurgo Generale
Ex Presidente Associazione Specializzandi Milano (SpecMi) 
Socio fondatore FederSpecializzandi e primo Tesoriere 
Ex Consigliere Nazionale ANAAO-ASSOMED delegato da FederSpecializzandi 
Attuale Referente ANAAO-ASSOMED in Lombardia per i rapporti SSN-Università

07 Aprile 2016

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