Specializzazione in cardiologia. Riduzione a 4 anni? Ma se non ne bastano 5!

Specializzazione in cardiologia. Riduzione a 4 anni? Ma se non ne bastano 5!

Specializzazione in cardiologia. Riduzione a 4 anni? Ma se non ne bastano 5!

Gentile Direttore,
entro il 31 dicembre dovrebbe essere varato il decreto interministeriale previsto dall’articolo 15 del Decreto Legge sulla Pubblica Amministrazione (D.L. 90/2014) per la riduzione della durata delle scuole di specializzazione. Tra queste scuole “ridimensionate” nella durata del corso e, inevitabilmente, nell’ordinamento didattico, rischia di esserci la scuola di specializzazione in Cardiologia, oggi denominata scuola di specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare.
 
Questa evenienza rischia di avere delle gravi ripercussioni sulla qualità della formazione, dal momento che le conoscenze in Cardiologia negli ultimi anni si sono accresciute in misura esponenziale come in poche altre discipline.  Ad esempio, solo negli ultimi 5 anni nuove modalità di imaging sono diventate ampiamente disponibili; la tecnologia degli stent si è evoluta ed è in concorrenza con la cardiochirurgia  per il trattamento anche dei casi più complessi; gli impianti di valvole cardiache e dispositivi intracardiaci per via percutanea si sono oramai affermati con successo; l’elettrofisiologia interventistica e i disposistivi impiantabili sono diventati pietre miliari nella pratica cardiologica; la gestione del paziente con scompenso cardiaco è di tipo sempre più multi-disciplinare; sono state introdotte nuove ed efficaci terapie anti-trombotiche e anticoagulanti spesso utilizzate in combinazione, con evidenti benefici ma con un parallelo aumento dei rischi di sanguinamento.
 
Insomma, la Cardiologia sta diventando sempre più una medicina della complessità, ed al cardiologo non viene più richiesta solamente l’interpretazione dei dati clinici o dell’elettrocardiogramma (pur sempre fondamentali), ma da esso ci si aspetta anche la gestione di dispositivi e presidi sempre più tecnologicamente avanzati, basti pensare ai device di stimolazione biventricolare e ai defibillatori impiantabili o ai dispositivi di assistenza ventricolare (“cuori artificiali”) che rappresentano terapie sempre più diffuse tra i cardiopatici e la cui gestione richiede competenze talora di natura ingegneristica oltre che medica.  
 
Tutto ciò è talmente vero al punto che la Società Europea di Cardiologia nel 2013 ha provveduto ad una riedizione delle linee guida che dovrebbero orientare il percorso formativo in Cardiologia, il cosiddetto “core curriculum del cardiologo”, con delle sostanziali innovazioni rispetto alla precedente edizione del 2008.
Questo autorevole documento ribadisce, tra l’altro, che l’acquisizione delle competenze in Cardiologia richiede un minimo di 6 anni di formazione post-laurea a tempo pieno, dei quali 2 di “tronco comune” (ovvero medicina interna e/o specialità correlate alla cardiologia) e 4 anni dedicati solo alla formazione specifica in Cardiologia.
 
Inoltre, dall’analisi del core curriculum 2013, appare evidente che un percorso formativo fondato solo sul numero di procedure, esami e/o interventi effettuati magari concentrati in un arco temporale sempre più ristretto non è adeguato alla formazione medica per cui emerge l’importanza della durata della specializzazione in quanto foriera di per sé di maturazione e crescita professionale graduali e progressive. Per i dettagli del core curriculum si rimanda alla versione integrale liberamente scaricabile all’indirizzo http://www.escardio.org/education/coresyllabus/Pages/core-curriculum.aspx.
 
L’imminente riassetto delle scuole di specializzazione medica può pertanto rappresentare un’occasione irripetibile per ottimizzare il percorso formativo dei futuri cardiologi, fermo restando che la durata della scuola di specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare non dovrà essere sottoposta a riduzione, dal momento che già allo stato attuale la durata di 5 anni è al di sotto dello standard raccomandato dalla Società Europea di Cardiologia e una sua riduzione penalizzerebbe pesantemente la formazione dei futuri cardiologi italiani e, di conseguenza, la qualità dell’assistenza ai cardiopatici nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale."
 
Giuseppe Ciliberti
Medico in formazione specialistica, Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli Studi di Perugia

03 Dicembre 2014

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