Sulla crescita delle professioni sanitarie non mediche ancora c’è molto da fare

Sulla crescita delle professioni sanitarie non mediche ancora c’è molto da fare

Sulla crescita delle professioni sanitarie non mediche ancora c’è molto da fare

Gentile Direttore,
condividendo con il dott. E. Bozza le origini meridionali ed anche le considerazioni poste riguardo la relativamente “emergente” questione del bisogno di «una cultura sociale evoluta che tuteli i lavoratori e l’etica del lavoro, in una società come quella Italiana che culturalmente ha sempre tutelato solo i privilegi», ma non avendo beneficiato di una situazione analoga a quella vissuta dai genitori del medico Bellunese, quella della Svizzera tedesca del 1961, essendo rimasti i miei genitori (non latifondisti) nella Puglia delle comuni origini, motivo per cui gli obiettivi dei miei sforzi si sono dovuti – forse non a caso – “comprimere” nella scelta di una professione sanitaria ancora ritenuta “minore” al confronto di quella del medico che simpaticamente (ne sono lusingato) mi copia pure le pose nelle foto, vorrei cogliere l’occasione, pur restando in buona sostanza complessivamente d’accordo con le riflessioni poste, per ribadire alcuni concetti in vero già espressi, ma che a questo punto è il caso di riprendere, proprio perché in realtà da una parte si condividono le lagnanze poste, ma dall’altra si prende atto di una – nemmeno troppo sottile – linea di incoerenza di fondo del pensiero del medico.

Premesso che per i professionisti sanitari non medici probabilmente non si è ancora giunti ad uno stadio di consapevolezza ove tutti i nodi siano arrivati al pettine, malgrado però diverse voci iniziano anche finalmente a sollevarsi in una auspicata coralità trasversale alle professioni – vedi il prezioso contributo di ANPSE di qualche giorno fa – queste professioni comunque sopportano già da tempo un «lavoro oscuro, non valorizzato, malpagato, carico di compiti burocratici … e tirato in ballo solo quando le cose vanno male» : devo di nuovo riferirmi a casi giudiziari di recente risonanza in ambito sanitario, casi peraltro sollevati proprio da una classe medica che si è rivelata quanto meno invidiosa dei notevoli passi in avanti fatti dalle professioni non mediche, per cui si è deciso in diversi modi di ostacolarne l’ulteriore sviluppo.

Come? Beh, anche qui devo ripetermi: anzitutto con le leggi sulla radioprotezione partite nel 2000, che hanno reso i Radiographers Italiani – caso unico tra i non medici – dei professionisti “medici dipendenti”, oppure ad esempio con la sentenza 54/2015 della Consulta, che forse è proprio speculare all’atteggiamento deplorato ai proprietari latifondisti pugliesi degli anni ’60 del secolo scorso: se il nonno di Bozza «sceglieva chi avrebbe lavorato quel giorno e chi non avrebbe avuto salario», la Corte Costituzionale ha operato lo stesso discrimine tra medici e non medici, laddove però chi avesse maggior bisogno di lavorare fossero proprio «le vittime della povertà»: ovverosia i secondi e non i primi … quindi siamo proprio in quella stessa società che culturalmente ha sempre tutelato solo i privilegi … proprio quelli della classe in deroga alla «fedeltà assoluta» sancita per i dipendenti pubblici.

Se il dott. Bozza è avverso ai sindacati, perché «avrebbero dovuto tutelare il lavoro e la dignità della categoria dei medici di base ed è talmente fallimentare questo mandato considerando solo i risultati … » la mia avversione è estesa anche verso il ruolo che gli ordini stanno attualmente ancora interpretando, a mio parere mancando in quella tutela degli iscritti che dovrebbe anche mirare a conseguire quell’ispirato «rispetto tra datore di lavoro e lavoratore», che non dovrebbe essere prerogativa delle sole religioni protestanti … e non dovrebbe basarsi sulla tacita accettazione di ogni riforma “in peius” che attualmente sembra essere la moda imperante in un SSN agonizzante che è passato in circa trent’anni dal pié di lista al piè di … lisca!

A tutto ciò va aggiunto l’ancora attivo fenomeno della dominanza medica, per cui il ruolo di quell’ «uomo di fiducia dei vicerè di quel meridione spaccato socialmente in due» … nei confronti delle professioni non mediche è ancora trasfigurato proprio nella figura … del medico, ove il re invece è interpretato dallo Stato che agevola il fenomeno sociologico analizzato da Eliot Freidson più di 60 anni fa; fenomeno basato su una «posizione di privilegio, di grande prestigio e del diritto esclusivo di mettere in pratica un complesso di conoscenze e di abilità». Ancora oggi sono addirittura quotidiani i casi di dirigenti medici e di professionisti a loro “allineati” che ancora trattano i non medici con un fare definibile alla maniera del Marchese del Grillo: «Perché io sono io …».

Se davvero si voglia fare qualcosa, allora – quasi religiosamente – dovremmo tutti riconoscere i nostri peccati e non soltanto un preteso «peccato originale» dal quale far scaturire una qualche rivoluzione Copernicana, ancora finalizzata a risolvere i – pure riconoscibili – problemi di pochi.

Solo con lo scopo di fare piazza pulita di ogni privilegio e ritrovarsi tutti con quel «camice verde e qualifica sul petto», si potrà trasformare un paese da bugie uguali per tutti in un paese dalla legge uguale per tutti.

Calogero Spada
TSRM – Dottore Magistrale

07 Luglio 2023

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