Gentile direttore,
non è solo una voce di bilancio, il deficit registrato nella mobilità sanitaria dell’Umbria. Certo le risorse sono importanti, come vedremo, ma la mobilità passiva rappresenta uno degli indicatori più sensibili e non eludibile della qualità di un sistema sanitario e della sua capacità di garantire ai propri cittadini servizi efficaci, di elevato livello professionale in tempi adeguati, generando così fiducia in esso.
Un sistema sanitario di qualità evita che troppi pazienti vadano a curarsi fuori regione, ne attrae da altre regioni, ed è capace di attrarre anche i professionisti migliori. Se succede il contrario le cose non vanno bene.
Negli ultimi anni il fenomeno sta diventando preoccupante in Umbria, e sembra prendere le dimensioni di una certa gravità, senza che si intravedano interventi in grado di incidere significativamente.
I dati richiamati recentemente dalla Corte dei Conti nel giudizio di parificazione lo certificano: l’Umbria presenta un indice di fuga del 24,07%, superiore alla media nazionale del 20,43%.
Insomma, una parte rilevante degli umbri è costretta a spostarsi in altre regioni per prestazioni che almeno in misura significativa, dovrebbero essere garantite all’interno del sistema regionale. L’Umbria ha progressivamente perduto capacità di trattenere i propri pazienti e di attrarre pazienti di altre regioni.
E questo costa molto al nostro sistema sanitario. I dati economici sono impietosi e in progressione negativa.
Complessivamente, il saldo tra mobilità attiva e mobilità passiva, ha determinato un deficit da meno 3,3 milioni del 2019 a meno 36,6 ml nel 2024 e a meno 37, 5 ml nel 2025, con un addebito complessivo che arriva a circa 55 milioni includendo 17,5 ml di conguagli riferiti agli anni precedenti.
Su questi numeri occorre evitare ogni ipocrisia politica e magari cercare un impegno propositivo di tutti. Chi ha governato nella precedente legislatura dovrebbe fare proposte, più che alzare la voce, perché durante quegli anni il saldo complessivo è peggiorato di oltre dieci volte.
Ma neppure l’attuale Giunta ormai in carica da quasi due anni, pur avendo assunto alcuni provvedimenti parziali, non pare sia riuscita ad invertire la tendenza, visto che si registra un ulteriore peggioramento. E su questo terreno servono interventi rapidi, risolutivi e strutturali che modifichino il sistema e i suoi servizi, altrimenti non vedremo alcun miglioramento.
Pensare di delegare la soluzione del problema ad accordi con le altre regioni, come si è fatto con l’Abruzzo, per fissare tetti economici, appare piuttosto illusorio.
I tetti (talvolta utili per la mobilità di confine e per l’appropriatezza) non riducono i deficit, li cristallizzano, se non accompagnati dall’aumento dell’offerta regionale. Tendono eventualmente ad indirizzare i pazienti verso altre destinazioni, oltre a limitarne la libertà di cura.
Ma soprattutto, se diventano la risposta principale, indicano la rinuncia del sistema regionale al rafforzamento della sua offerta sanitaria per garantire all’interno della regione cure di qualità, evitando ai cittadini i disagi e le spese connesse al doversi curare fuori Regione.
In tal modo, tra l’altro, con le risorse finanziarie umbre si finanziano i servizi sanitari di altre regioni. E non è che a noi le risorse ci avanzino proprio.
I 37 milioni di deficit (saldo negativo tra la mobilità attiva e passiva) che paghiamo alle altre regioni, per avere un’idea indicativa, ci consentirebbero di assumere circa 100 medici e 500 infermieri, o acquistare alta tecnologia di cui abbiamo tanto bisogno. Cioè si potrebbero indirizzare le risorse al rafforzamento del nostro sistema regionale.
I dati generosamente ci indicano pure dove intervenire. Ad esempio, nel 2023 i ricoveri fuori regione in ortopedia sono stati oltre 5.100, circa un terzo di tutti i ricoveri passivi con un costo di oltre 31 ml (dei quasi 130 ml di mobilità passiva complessiva) a cui bisogna aggiungere altri 3,5 ml per 814 ricoveri in riabilitazione, trainata dall’ortopedia.
Ora, quante ortopedie possiamo costruire con 31 ml?
Per questo e altri settori non servono interventi estemporanei e provvisori. Serve agire alla radice con un piano regionale organico che rimodelli in modo strutturale i servizi e l’offerta sanitaria del sistema sanitario pubblico e convenzionato.
La mobilità sanitaria si corregge ricostruendo qualità, capacità di cura e fiducia nel Servizio sanitario regionale, non con la chiusura contabile dei confini.
Nicola Preiti
Medico, healthcare expert