Un inquadramento contrattuale in linea con standard europei per gli specializzandi

Un inquadramento contrattuale in linea con standard europei per gli specializzandi

Un inquadramento contrattuale in linea con standard europei per gli specializzandi

Gentile Direttore,
è un momento di grande confusione e incertezza per i circa 24mila giovani medici che hanno partecipato al concorso per le scuole di specializzazione. Io sono una di loro. Stiamo subendo l’incapacità del ministero dell’Università, che ha portato a pubblicare un bando a dir poco opinabile, che ledeva i diritti di tanti colleghi. La sola via per riappropriarsene era la Giustizia, i ricorsi. Il Mur in modo del tutto orbo, non vuole vedere la soluzione. Perché una soluzione c’è: permettere a tutti i 23.700 medici che hanno sostenuto il concorso il 22 settembre, di entrare in specialità.
 
Per poter fare ciò, è necessaria una seria riforma del percorso di formazione specialistica, che preveda l’apertura agli specializzandi, degli ospedali del territorio, così da salvaguardare la qualità della formazione non saturando i nosocomi universitari. Da qui a 5 anni, che è esattamente il tempo richiesto perché uno specialista sia formato, mancheranno circa 20mila-22mila medici, e le borse messe a bando quest’anno sono solo 14.445. Come ha intenzione il Mur di colmare questo enorme ammanco? Nei prossimi 3 anni andrà in pensione il 35% dei medici italiani. Come si risponderà al fabbisogno della popolazione? Continuando a programmare il numero di specialisti sulla base della capienza dei policlinici universitari? Non può più essere questa la strada da perseguire.
 
Non possiamo più essere il paese con il tasso di mortalità, da Covid-19, più elevato in Occidente, per via della carenza di specialisti. Dobbiamo uniformarci agli standard europei, standard che prevedono un inquadramento contrattuale differente per gli specializzandi. Occorre che sia formato un osservatorio, che identifichi gli ospedali territoriali, quindi non universitari, adatti a formare nuove generazioni di specialisti, così che possa essere ampliata la rete formativa, al fine di accogliere i 9300 colleghi che rimarranno fuori dalla specializzazione quest’anno.
Dovrebbero esserci delle turnazioni fra i due tipi di nosocomio, così che il futuro specialista possa formarsi attraverso ambo le esperienze, universitaria e territoriale. Questo porterebbe non solo a una formazione più completa, ma anche a rimediare all’attuale carenza di organico che, come sappiamo, ci affligge. La didattica è ovviamente imprescindibile, didattica che rimarrebbe un compito del docente universitario, così come gli esami. A tal proposito, sarebbe utile l’introduzione della cosiddetta DAD (didattica a distanza), per consentire agli specializzandi che in quel momento si trovano in un ospedale del territorio, di poter seguire con profitto le lezioni.
 
Naturale conseguenza di questa piccola rivoluzione, è l’inserimento del contratto di formazione-lavoro, che è già la norma in Europa, dove il cosiddetto “Imbuto formativo” non esiste (vedi Francia). Difatti i nostri cugini europei, non solo prevedono un posto in specializzazione per ogni medico, come naturale prosecuzione del percorso post-laurea, ma inquadrano lo specializzando come medico, non come studente, ciò che invece accade in Italia, dove il medico in formazione viene remunerato tramite una borsa di studio, che non prevede straordinari, e che anzi, prevede una strana forma di pagamento in CFU per svolgere attività come la somministrazione del vaccino contro il Covid-19.
Ad oggi, come MUS, non vediamo altra soluzione che sblocchi una situazione potenzialmente ancora molto lunga. La situazione emergenziale ci consente di farlo, e non solo, ci impone manovre di questo genere, per dare ossigeno ai colleghi che al momento sono in corsia al fianco dei pazienti Covid. Auspichiamo inoltre per il futuro, come associazione, un vero e proprio svecchiamento dell’attuale sistema di formazione, auspichiamo di vedere riconosciute le cosiddette equipollenze, argomento che è molto sentito proprio dai giovani medici non specializzati.
 
Perché un collega che lavora in pronto soccorso per un tempo minimo di 5 anni (che ricordiamo essere la durata di un corso di specializzazione), e ha acquisito delle competenze, non può avere di diritto il titolo di specialista in “Medicina d’emergenza e urgenza”? Ci auguriamo di vedere l’eliminazione delle incompatibilità, ovvero dell’impossibilità di poter accettare altri lavori durante la specializzazione, ma anche di vedere finalmente i medici in formazione come dipendenti legati al Ministero della Salute, proprio in quanto medici e professionisti, e non più studenti. Ma ad oggi il problema che riteniamo essere più urgente è quello dell’imbuto formativo, non solo per sbloccare definitivamente il concorso di specializzazione, ma anche e soprattutto per colmare un ammanco che rischia di privare molti (la fascia meno abbiente della popolazione soprattutto), del diritto alla salute e alle cure mediche.
 
Lucy Zaccaro



Presidente Mus – Medici Uniti per la Salute

10 Dicembre 2020

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