Varianti e grandi diffusori di SARS-CoV-2, una pericolosa alleanza

Varianti e grandi diffusori di SARS-CoV-2, una pericolosa alleanza

Varianti e grandi diffusori di SARS-CoV-2, una pericolosa alleanza

Gentile Direttore,
chi arriverà per primo? Esordisco con questa cruciale domanda poiché quella che sta avvenendo davanti ai nostri occhi è una sorta di “lotta contro il tempo” fra il vaccino o, per meglio dire, i vaccini anti-CoViD-19 e le varianti di SARS-CoV-2 più o meno recentemente identificate nella popolazione virus-infetta.
 
Alla prima di queste, selezionatasi negli allevamenti di visoni in Danimarca e nei Paesi Bassi, hanno fatto seguito quelle “inglese”, “sudafricana” e “brasiliana”, le cosiddette “varianti di rilievo” (“variants of concern”, come le definisce la letteratura biomedica internazionale).
 
Dubbi si nutrono, al riguardo, in merito alla protezione conferita dai vaccini anti-CoViD-19 attualmente disponibili nei confronti della variante “brasiliana”, albergante la mutazione nota con la sigla “E484K” in seno alla regione della “proteina Spike” (“proteina S” o “Spike protein”) che media il legame del virus col recettore ACE-2 espresso sulla superficie delle cellule-ospiti, consentendogli di penetrare all'interno di queste ultime.
 
La succitata mutazione, che unitamente ad altre comunque presenti a livello della medesima regione della “Spike protein” sarebbe in grado di accrescere in maniera significativa la capacità del virus di infettare i nostri consimili (e di eludere, quantomeno in parte, la risposta immunitaria anti-virale conferita dall'infezione naturale, cosi' come dalla vaccinazione), è stata altresì identificata nella variante “sudafricana”, per essere successivamente acquisita mediante “ricombinazione genetica” anche da quella “inglese”.
 
La variante inglese è stata oramai segnalata in molti Paesi, fra i quali il nostro, ove è stata recentemente identificata anche quella brasiliana.
 
Queste preziose quanto allarmanti segnalazioni costituiscono il risultato dell'attività di sequenziamento genetico condotta sui tamponi positivi alle indagini biomolecolari e, è bene sottolinearlo, tanto più si riuscir a monitorare la presenza e la circolazione di queste varianti quanto più si sarà in grado di sequenziare il genoma virale presente negli individui infetti.
 
È stato altresì confermato il ruolo dei cosiddetti “big spreaders” (“grandi diffusori”) nell'epidemiologia dell'infezione da SARS-CoV-2, a tal punto che si stima che il 15-20% di costoro sarebbero responsabili dell'80-85% dei nuovi casi d'infezione.
 
Un più che legittimo e rilevante dubbio ed interrogativo sarebbe, in un siffatto contesto, quello alimentato dalla possibilità che le succitate varianti, ben più diffusive e contagiose rispetto ai ceppi virali noti prima della loro comparsa, fossero presenti – ed in quale misura – in soggetti “grandi diffusori”. Ne potrebbe derivare un mix oltremodo allarmante!
 
Ecco perché bisogna attenersi, senza esitazioni ed eccezioni di sorta, ad un rigoroso rispetto delle oramai più che “famose” misure volte a limitare la diffusione e la circolazione del virus, vale a dire “distanziamento fisico” (evitando il più possibile assembramenti!), utilizzo delle mascherine (che andrebbero indossate correttamente!) e frequente disinfezione e/o lavaggio delle mani.
 
Il tutto nella trepidante attesa che si possa stabilire quanto prima (auspicabilmente entro la fine di quest'anno) la cosiddetta “immunità di gregge” conferita dalla vaccinazione anti-CoViD-19, la più grande campagna di vaccinazione di massa che si sia realizzata dal secondo dopoguerra ad oggi.
 
Prof. Giovanni Di Guardo
già Docente di Patologia Generale e
Fisiopatologia Veterinaria
presso l'Università di Teramo

08 Febbraio 2021

© Riproduzione riservata

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