Autonomia differenziata. Pozzi (Fvm Veneto): “Il Ccnl deve rimanere l’unico ambito negoziale e normativo di riferimento”

Autonomia differenziata. Pozzi (Fvm Veneto): “Il Ccnl deve rimanere l’unico ambito negoziale e normativo di riferimento”

Autonomia differenziata. Pozzi (Fvm Veneto): “Il Ccnl deve rimanere l’unico ambito negoziale e normativo di riferimento”
Intervista al vicesegretario regionale della Federazione veterinari medici e dirigenti sanitari, per il quale una maggiore autonomia delle Regioni virtuose potrebbe costituire “un’opportunità anche per i cittadini di altre regioni, che potranno fruire di tecnologia e competenze innovative”. Questo a patto di “non derogare al principio universalistico del Ssn”. E in ogni caso “il Ccnl deve rimanere ancora l’unico ambito negoziale e normativo di riferimento”.

Uno fra gli argomenti più discussi, che in questi giorni sta riempendo programmi televisivi locali e stampa, è senz’altro la richiesta che la Regione Veneto ha avanzato all’attuale Governo di autonomia differenziata, e ciò in forza del referendum del 2017. Una fra le materie dove la stessa Regione sta chiedendo più autonomia, è proprio la Sanità. Ad essere scettico su questo tipo di differenziazione è il Dott. Alberto Pozzi, vicesegretario della Federazione Veterinari Medici e Dirigenti Sanitari (FMV) Veneto.

Con l'autonomia in Veneto il Servizio Sanitario Nazionale, nato su principi universalistici e solidaristici, subirà un grande cambiamento. Qual è la sua idea nei prossimi anni sull'offerta sanitaria in Veneto?
Il regionalismo differenziato, garantendo maggiore autonomia amministrativa e maggiori risorse, in teoria dovrebbe amplificare la quantità e la qualità dei servizi sanitari. Rimane tuttavia da chiarire chi saranno i beneficiari di questi servizi e chi, soprattutto, saranno gli erogatori delle prestazioni: la sanità pubblica o quella privata? Il terreno è molto insidioso e dovrebbero essere ponderati i pericoli di disgregazione dei principi universalistici della legge 833 istitutiva del Servizio sanitario nazionale.

Dirigenza sanitaria, organizzazione della rete ospedaliera, livelli essenziali di assistenza, tariffe e spesa farmaceutica, saranno in capo alla stessa Regione. Cosa ne pensa?
La Regione Veneto ha consolidato un Servizio Sanitario Regionale “benchmark” per la qualità dei servizi erogati, anche a livelli di eccellenza, ma non bisogna mai dimenticare che tali risultati sono stati conseguiti anche attraverso ingenti tagli di posti letto e blocco del turnover del personale. Una maggiore autonomia della Regione – rispetto ai modelli organizzativi del Servizio sanitario regionale relativamente a soddisfacimento dei Lea (modello ospedaliero “Hub and Spoke”, spesa farmaceutica) – sulla carta dovrebbe costituire un’opportunità migliorativa. Rimane tuttavia l’incognita delle modalità con cui questa autonomia verrà attuata e in particolare utilizzata.

Quanto al capitolo “dirigenza medica” la questione rimane controversa fintanto che la politica non abbandona le logiche distorte che hanno sinora alimentato selezioni, carriere, merito, primalità. Va detto in ogni caso, con forza e chiarezza, che il contratto collettivo nazionale di lavoro deve rimanere ancora l’unico ambito negoziale e normativo di riferimento.

Secondo Lei con l'autonomia veneta l'offerta sanitaria potrebbe portare a dei divari interni al sistema Paese?
Certamente, è un rischio concreto. L’autonomia potrebbe portare a divari nell’offerta sanitaria del sistema Paese ma va considerato che il Veneto, come alcune altre regioni, a parità di riparto del fondo per il Ssn, ha saputo gestire meglio le risorse.

In teoria quindi, se non si deroga al principio universalistico del Ssn, l’autonomia delle regioni virtuose potrebbe addirittura rappresentare un’opportunità anche per i cittadini di altre regioni che potranno, così, fruire di tecnologia e competenze innovative.

Il modello di riferimento applicato potrebbe essere importato da altre regioni per omologare il loro contesto organizzativo, anche al fine di contenere la migrazione sanitaria. Ma, ripeto, tutto dipende da come l’eventuale autonomia differenziata verrà “declinata”.

Con l'autonomia differenziata i contratti dei medici potrebbero non essere più di competenza dello Stato ma della Regione. Zaia in più occasioni ha affermato che vi aumenterebbe lo stipendio. E' d'accordo?
Ribadisco quanto già espresso: il contratto collettivo nazionale deve rimanere l’unico riferimento normativo negoziale per la dirigenza medica. Ricordo che l’adeguamento economico è un obbligo che va onorato con il rinnovo del contratto e non può essere solo una gentile concessione del governatore del Veneto per la promozione del regionalismo differenziato.

Ulteriori livelli negoziali, regionale e aziendale, sono utili ambiti di confronto per adattare le norme nazionali ai particolari contesti organizzativi e anche per migliorare gli aspetti economici incentivanti, ma non le possono mai sostituire. Né possono contenere elementi peggiorativi rispetto a tali norme nazionali.

Endrius Salvalaggio

Endrius Salvalaggio

25 Febbraio 2019

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