Dal 118 alle Case della Salute. Perché i medici bolognesi hanno sempre paura degli infermieri?

Dal 118 alle Case della Salute. Perché i medici bolognesi hanno sempre paura degli infermieri?

Dal 118 alle Case della Salute. Perché i medici bolognesi hanno sempre paura degli infermieri?
Dopo la lunga e laboriosa discussione sul sistema di emergenza territoriale 118, oggi l’attacco riguarda anche le Case della salute; di nuovo si paventano rischi sulla sanità pubblica qualora ad assistere o a coordinare ci sia un infermiere. Così facendo si bypassa l'unica discussione che andrebbe seriamente fatta, quella relativa agli esiti e ai risultati ovvero gli effetti in termini di efficacia ed appropriatezza delle cose che facciamo

Gentile Direttore,
leggiamo con stupore, l'ennesima presa di posizione dell'Ordine dei Medici di Bologna nei confronti della delibera della Regione Emilia Romagna sulle Case della Salute. Spiace, ancora una volta, constatare che l’analisi di un documento – che ha lo scopo di rispondere con efficacia al mutare del bisogno di salute dei cittadini – si fermi al “chi comanda” ed alla mancata centralità del medico nel processo di cura.
 
In più occasioni, abbiamo ribadito quanto sia cambiato in Italia il quadro sociale ed epidemiologico. Fragilità e cronicità sono le due istanze sulle quali sviluppare un nuovo concetto di riorganizzazione sanitaria capace di rispondere a delle esigenze assai complesse ed articolate.
 
Il modello, forse vincente in passato, dell'ospedale come unico ed esclusivo luogo di cura e di assistenza con a capo un medico “decisore” viene oggi completamente revisionato mettendo al centro il paziente, i suoi bisogni, la sua famiglia, il territorio in cui vive, stabilendo un sistema di coordinamento funzionale ad una equipe multidisciplinare di gran lunga più efficace rispetto alla complessità descritta.
 
Il territorio, in quest'ottica diviene luogo privilegiato per la valutazione di bisogni che non sono esclusivamente di tipo clinico.  Infatti, così come ben descritto nel Documento regionale, “attraverso i concetti di “casa” e di “salute”, di cui l’assistenza sanitaria rappresenta solo uno dei determinanti (e non tra i più importanti), si intende porre al centro la comunità, nelle sue varie forme: pazienti, caregiver, associazioni di pazienti e cittadini”.
Le Case della Salute – si evidenzia ancora –  “possono diventare parte integrante dell’identità della comunità, un luogo di partecipazione e di valorizzazione di tutte le risorse della comunità, in cui si possa sviluppare empowerment”. In questa nuova logica gioca un ruolo determinante l'equipe multiprofessionale ed interprofessionale.
 
Un concetto totalmente diverso dalle logiche utilizzate finora, che introduce nell'equipe il rapporto funzionale attraverso il quale ogni professionista adatta la propria competenza sulla base del contesto, del territorio di riferimento, delle necessità del paziente e della sua famiglia. L'infermiere, professionista sanitario garante e responsabile dell'assistenza infermieristica, può e deve contribuire apportando le sue competenze all'interno della “comunità di professionisti” che di certo non ha bisogno di “comandanti” ma di strutture di coordinamento funzionali alla gestione delle risorse, organizzate ed impiegate intorno al malato e per il malato.
 
Dopo la lunga e laboriosa discussione sul sistema di emergenza territoriale 118, oggi l’attacco riguarda anche le Case della salute; di nuovo si paventano rischi sulla sanità pubblica qualora ad assistere o a coordinare ci sia un infermiere. Così facendo si bypassa l'unica discussione che andrebbe seriamente fatta, quella relativa agli esiti e ai risultati ovvero gli effetti in termini di efficacia ed appropriatezza delle cose che facciamo.
 
È ora di rivedere i paradigmi organizzativi ed assistenziali; noi infermieri aspettiamo il cambiamento da tempo e in più occasioni lo abbiamo ribadito. Noi siamo pronti.
 
Concludo con una considerazione: da una parte si invita al dialogo, dall'altra veniamo definiti con una negazione. Noi non siamo "non medici", noi siamo infermieri, orgogliosi di esserlo. Il dialogo, ammesso che lo si voglia davvero, presuppone rispetto, e questo noi lo pretendiamo.
 
Pietro Giurdanella
Presidente Collegio IPASVI di Bologna

Pietro Giurdanella (Ipasvi, Bologna)

26 Dicembre 2016

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