I medici non hanno “paura” degli infermieri. Ma un professionista con laurea triennale e un master non può dirigere una Casa della Salute

I medici non hanno “paura” degli infermieri. Ma un professionista con laurea triennale e un master non può dirigere una Casa della Salute

I medici non hanno “paura” degli infermieri. Ma un professionista con laurea triennale e un master non può dirigere una Casa della Salute
Non si chieda il nostro consenso a modelli organizzativi dove le professioni sanitarie, oltre al loro specifico ruolo, corrono all’arrembaggio delle posizioni organizzative di struttura relegando il medico ad un professionista “a chiamata”, “a firma da mettere” o “problema da risolvere” come già in alcune aree di questa regione sta avvenendo. Questi modelli non ci vanno bene, non servono ai cittadini, non sono modelli di cura che riteniamo validi e migliorativi

Gentile Direttore,
i medici non hanno paura degli infermieri. Insinuare questo “dubbio speculativo” forse è funzionale a qualcuno e verrebbe proprio da chiedersi quale sia il motivo. Quello che invece fa infuriare i medici, è l’assenza di rispetto del ruolo, degli ambiti di pertinenza professionale, dell’autonomia professionale e dello spirito di abnegazione che ha caratterizzato decenni di studi e sacrifici.
 
Per questo sindacato è necessario che la creazione dei modelli passi attraverso un’attenta condivisione di percorsi e strategie che non tralascino aspetti sostanziali: le regole debbono valere per tutti, o si riformano percorsi formativi e contrattuali su scala nazionale, oppure oggi si rispettano quelle che ci sono.
 
Come sindacato, ci limitiamo a portare alla luce qualche esempio di tematica puramente sindacale-lavorativa, consapevoli che non sono di minor conto risultano essere le tematiche deontologiche e culturali. Offuscare i limiti e i perimetri delle varie professioni crea disastri, tradisce le aspettative dei giovani e risulta funzionale solo a pochi.
 
I disastri li crea in primis ai tanti professionisti medici a cui oggi la normativa impone lunghi percorsi per raggiungere anche solo l’obiettivo di vedersi accettata una domanda ad un concorso o ad una graduatoria di “organizzazione dei servizi sanitaria di base”.
 
Un esempio, non esaustivo, che può valere per tutti: oggi, quasi 2017, per occuparsi di organizzazione dei servizi sanitaria di base un medico deve studiare 4 o 5 anni dopo la laurea, ammesso che ci siano i posti in specializzazione e che non servano altri master o corsi. 10 o 11 anni solo per accedere ad un concorso, non per avere un posto di direzione.
 
A chi pare normale che un professionista con laurea triennale ed un master, possa tranquillamente dirigere una struttura come la Casa della Salute? I medici che hanno scelto gli stessi percorsi sono forse dei poveri deficienti? Sarebbe opportuno “sperimentare” quanti di questi professionisti che aspirano alla “direzione” sarebbero pronti ad affrontare 6 anni di laurea ad accesso programmato, 4 o 5 anni di specializzazione “ad accesso limitato” e ad assolvere analoghi obblighi formativi previsti per il medico, prima di aspirare alle medesime funzioni e responsabilità.
 
Le Case della Salute sono solamente l’ultimo esempio di un documento che non ha recepito le osservazioni dei medici.
Sul lato professionale, fino a che non vengono decise nuove regole per la formazione post laurea e non viene riformato in modo condiviso tutto il sistema formativo medico, non ci sarà mai consenso su modelli che consentono di calpestare gli sforzi di tanti validi professionisti.
Non si chieda il nostro consenso ad un sistema che rischia di creare confusione e di equiparare il medico ad altri professionisti nell’amministrazione e gestione dei servizi sanitari così come in ogni altro ambito della sanità. I sistemi funzionano e lo fanno bene, quando ognuno fa il proprio in maniera coordinata ed embricata.
 
Non si chieda il nostro consenso a modelli organizzativi dove le professioni sanitarie, oltre al loro specifico ruolo, corrono all’arrembaggio delle posizioni organizzative di struttura relegando il medico ad un professionista “a chiamata”, “a firma da mettere” o “problema da risolvere” come già in alcune aree di questa regione sta avvenendo. Questi modelli non ci vanno bene, non servono ai cittadini, non sono modelli di cura che riteniamo validi e migliorativi.
 
Nessuno è contrario all’innovare, a sperimentale, ma dalla nascita del metodo scientifico, prima di modificare modelli di cui oggi conosciamo bene i risultati, dobbiamo esser certi che questi altri siano migliori dei precedenti.
 
Sappiamo che oggi, con tutti i limiti che abbiamo, abbiamo uno dei migliori sistemi sanitari del mondo, orrendamente “medico centrico” come dicono spesso cert’uni. Un modello che però spende pochissimo in rapporto ai risultati di salute che ottiene.
 
Chi ha interesse a cambiarlo in maniera così unilaterale e non condivisa?
 
Elisabetta Simoncini
Presidente Regionale SNAMI Emilia Romagna

Elisabetta Simoncini (Snami, Emilia Romagna)

27 Dicembre 2016

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