La gestione politica degli ultimi anni ha prodotto effetti pesantissimi per la sanità laziale, a prescindere dal colore politico di chi ha amministrato. Sono mancate politiche di deospedalizzazione che avrebbero permesso di evitare l’intasamento che oggi penalizza i pronto soccorsi e il risultato è stato uno scadimento complessivo delle prestazioni erogate. Alessandro Boccanelli, coordinatore del Dipartimento di cardiologia al San Giovanni di Roma, dipinge un quadro impietoso. E oggi si mette in gioco, da candidato numero quattro della Lista Civica per Zingaretti alla Regione Lazio.
Può vantare una lunghissima esperienza che lo ha portato anche a ricoprire la carica di presidente dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri. Non è il solo medico in lista, in quanto oltre a lui compaiono Livia Azzariti – che è anche conduttrice televisiva Rai – Claudia Pirani Fellus e Francesco Sabetta. Boccanelli non si limita però alle critiche, ma traccia anche la via per uscire da questa drammatica situazione. Intensificazione del rapporto tra medici di famiglia e centri specializzati e rafforzamento dell’assistenza domiciliare: queste le sue principali ricette.
Le amministrazioni che hanno guidato il Lazio hanno lasciato un disavanzo record per il Servizio sanitario regionale. Da Storace a Polverini, passando per Marrazzo, di chi sono le principali responsabilità? E quali sono stati gli errori più gravi?
E’ sempre mancata una vera politica di deospedalizzazione che ha determinato l’accentramento sugli ospedali di una serie di competenze che andrebbero invece trasferite altrove. Di conseguenza i pronto soccorsi si sono intasati con un automatico scadimento del livello qualitativo. Purtroppo nessuno ha puntato su reti di integrazione tra i servizi che permettano ai pazienti di rivolgersi alle strutture più qualificate e non semplicemente a quelle più vicine. A questi elementi, bisogna poi aggiungere la totale assenza di una cultura della prevenzione che ha impedito di scremare gli ospedali da tutti i casi non acuti e che ha allungato sempre di più i tempi di degenza. Nel frattempo le liste di attese hanno continuato a gonfiarsi progressivamente poiché è mancato del tutto il controllo sull’appropriatezza delle prestazioni. L’insieme di queste criticità ha prodotto un’inefficienza diffusa che va imputata a tutte le amministrazioni, a prescindere dal colore politico. C’è stato infatti un concorso di fattori dovuto a una gestione esclusivamente politica della sanità, che è stata sempre considerata un ricco bottino di consenso e di risorse. I tecnici avrebbero potuto fornire un contributo decisivo per arginare questo trend drammatico, ma sono sempre stati messi a tacere e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Per tentare di normalizzare la situazione, Mario Monti affidò l’incarico a Enrico Bondi. Come giudica l’operato dell’ex commissario?
Bondi ha messo in atto una serie di interventi selvaggi. Ha effettuato tagli orizzontali e indiscriminati che non sono mai andati a colpire le sacche di inefficienza. Anzi, le inefficienze sono aumentate in seguito a una spending review priva di qualsiasi criterio. La scelta che ha prodotto gli effetti più drammatici è stata quella relativa al blocco del turn over per il personale. Si tratta di una misura che sta bloccando il fisiologico ricambio e che determinerà un aumento dell’età media degli operatori e soprattutto una tasso di scontenti sempre più elevato. La conseguenza di questa dinamica perversa sarà l’aumento delle inadempienze e uno scadimento complessivo del servizio. In sostanza l’effetto prodotto da Bondi sarà esattamente opposto alle sue dichiarate intenzioni. Stesso discorso vale per la delibera regionale che impone una cura dimagrante del 15 per cento: non si può sforbiciare in maniera generica, bisogna prima capire dove intervenire.
La mancanza di programmazione e di politiche ad ampio respiro è un problema sempre più evidente. A suo giudizio, su quali elementi dovrebbe poggiare un serio ed efficace piano industriale?
In primo luogo bisogna ripartire dal concetto di etica, cioè ricollocare il bisogno del malato al centro di ogni ipotesi di riforma. E non si tratta di semplice retorica, ma di un approccio pragmatico e operativo. Bisogna studiare in maniera oculata e minuziosa tutto il percorso di ogni paziente: una maggiore attenzione comporterà un aumento delle qualità e una diminuzione dei costi. I percorsi devono infatti devono essere facilitati e semplificati, sia all’interno che all’esterno dell’ospedale. Per esempio, la tariffazione va elaborata in base al percorso di malattia, questo è un punto ineludibile. Bisogna calcolare tutti i costi relativi al circuito di assistenza di una persona, prima e dopo il ricovero in ospedale. In sostanza la trasparenza è il vettore fondamentale su cui puntare per costruire un sistema più efficiente e che si liberi delle fonti di spesa assolutamente inutili. Tutti questi accorgimenti vanno – come ho già sottolineato – inseriti all’interno di un contesto di deospedalizzazione che punti sull’integrazione tra tutte le strutture e decongestioni i pronto soccorsi.
Lei è un medico, quindi la sanità sarà il cardine del suo programma. Quali sono i punti salienti e le sue proposte?
In primo luogo, ritengo fondamentale abbattere le liste d’attesa collegando medici di famiglia e centri specializzati. Un obiettivo che deve fondarsi sulla logica di erogare prestazioni ai pazienti e non ai passanti. Bisogna quindi costruire un rapporto costante e organico tra i medici di famiglia e specialisti, inserito però in un sistema in cui si lavori su priorità cliniche e non cronologiche. Per sgonfiare le liste d’attesa serve poi un taglio netto degli esami inutili, soprattutto quelli del sangue che in molti casi vengono effettuati come una sorta di routine, senza alcun criterio. Un altro punto cardinale del mio programma riguarda il rafforzamento dell’assistenza domiciliare in modo da attenuare il peso della malattia sulla famiglia. Sono troppo diffusi i casi di ospedalizzazioni inappropriate, che potrebbero invece essere evitati tramite visite infermieristiche a livello settimanale, magari istruendo un familiare esperto o anche una badante. Ci sono già forme di assistenza domiciliare che funzionano in maniera esemplare, ma il rischio è che i recenti tagli sottraggano risorse vitali. Tagliare il personale che può lavorare a domicilio non garantisce un abbattimenti dei costi, anzi produce effetti di segno opposto in quanto finisce per gravare sugli ospedali per acuti. E’ proprio su questo punto che vorrei una radicale inversione di rotta.