Violenza nelle Rsa. Fp Cgil Veneto: “Non si risolve con le telecamere, ma investendo sull’umanizzazione delle cure”

Violenza nelle Rsa. Fp Cgil Veneto: “Non si risolve con le telecamere, ma investendo sull’umanizzazione delle cure”

Violenza nelle Rsa. Fp Cgil Veneto: “Non si risolve con le telecamere, ma investendo sull’umanizzazione delle cure”
La violenza è, per il sindacato, “solo uno dei sintomi di un disagio sociale, esasperato con l’emergenza pandemica e sulla quale non stiamo facendo appieno i conti, facendo finta che quell’esperienza non abbia lasciato strascichi profondi”. A questo “non si supplisce con innovazione tecnologica e protocolli” ma “prendendosi cura anche di chi si occupa di assistenza”. Per questo la Fp Cgil Veneto auspica l'istituzioni di osservatori permanenti e di psicologi del lavoro a sostenere chi lavora.

“Immaginare che le telecamere nei posti di lavoro siano la risposta attraverso la quale affrontare il tema della violenza è velleitario, serve solo a pulirsi la coscienza di fronte a un problema che va affrontato lucidamente, evitando che tra qualche settimana, passata l’indignazione collettiva e l’emergere di posizioni emotive, venga rimesso sotto il tappetto per poi risollevarlo nel momento in cui si dovessero verificare episodi simili”. Ad entrare a gamba tesa sui casi, numerosi e anche recenti, di violenza a danno dei più fragili nelle strutture residenziali, è Ivan Bernini, segretario generale della FP Cgil Veneto.

“Parto da una premessa forte affinché si eviti ogni fraintendimento o strumentalizzazione: di fronte a quanto accaduto, aldilà delle responsabilità soggettive di chi si è reso responsabile direttamente di quelle violenze, c’è una responsabilità collettiva che chiama in causa tutti. Noi sindacati compresi. E non è né attraverso una discussione esclusivamente burocratico-tecnicistica – telecamere sì perché permettono il controllo, telecamere no per la questione della privacy – né attraverso un rimpallo di responsabilità ipocrita che si affronta la questione”, scrive Bernini in una nota.

Per Bernini, infatti, “anche la violenza che si manifesta quotidianamente in tutte le sue forme e in ogni ambito della società è solo uno dei sintomi di un disagio sociale. Disagio sociale che si è esasperato con l’emergenza pandemica e sulla quale, ci permettiamo di osservare, non stiamo facendo appieno i conti facendo finta che quell’esperienza non abbia lasciato strascichi profondi e rimuovendola collettivamente”.

Per il sindacalista “allo stesso modo con il quale stiamo rimuovendo il covid abbiamo rimosso ampia parte delle questioni che fin dall’inizio del secolo si erano poste sullo sviluppo e sul ruolo che potevano assumere anche le strutture residenziali, sulla necessità di una ‘umanizzazione dell’assistenza’ alla quale non si supplisce con innovazione tecnologica e protocolli, e che richiamava al tempo stesso la consapevolezza che bisognava aver cura non solo degli assistiti ma anche di chi svolge il lavoro di cura. Perché chi svolge il lavoro di cura non fa solo “letti, igiene ed assistenza” ma affronta tutti i giorni il dolore, la morte e va aiutato anch’esso ad affrontarli: non c’è innovazione tecnologica né algoritmo che affronti le ricadute psicologiche di chi nella sua vita lavorativa deve confrontarsi con questi temi. Personale che se non aiutato a sua volta rischia ‘di scoppiare’. Lo sanno bene quanti da anni studiano il fenomeno del ‘burn out’ lavorativo. E come abbiamo ripetuto molte volte anche la questione della ‘fuga di personale’ anche da queste strutture non è solo questione economica”, sottolinea Bernini

Cosa propone il segretario generale della FP Cgil Veneto? Che “dentro al processo di riforma che la Regione Veneto si è impegnata a formulare, e che a questo punto dovrebbe riguardare l’intero sistema residenziale e non solo le Ipab, si preveda che ogni struttura si doti obbligatoriamente di un ‘Comitato di rappresentanza’ che includa gestori, comitato ospiti, comitato dei lavoratori con il compito di analisi, monitoraggio e proposta sulle politiche degli Enti. Che siano previsti strutturalmente le figure degli psicologi del lavoro interni agli Enti con il compito di sostenere chi lavora, le équipe e valutando un lavoro che coinvolga gli stessi familiari. Che siano stabilmente costruiti ‘osservatori permanenti’ almeno a livello distrettuale con la presenza di gestori, direttori delle Ulss, amministratori locali, organizzazioni sindacali, rappresentanti dei familiari, garanti degli ospiti”.

“L’auspicio – conclude Bernini – è che si possa iniziare un percorso che non metta i problemi sotto il tappetto una volta chiusi i riflettori su una vicenda che ha leso la dignità delle persone: non se lo meritano gli anziani e i disabili, non se lo meritano i lavoratori”.

24 Marzo 2023

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