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La pandemia di Hong Kong del 1968 e la COVID-19 nell’esperienza di chi le ha vissute tutte e due

di Antonio Panti

Mi ricordo benissimo (ero un giovane medico massimalista) la Hong Kong, la pandemia del '68. Nessuna direttiva, nessuna protezione, 30/40 domiciliari al giorno, non c'era la guardia medica, non ci furono quarantene e nessuno fu isolato. Ricordo tanti servizi in crisi e negozi chiusi. Ci furono circa 20.000 morti (gli ospedali erano stracolmi perché ricoveravamo moltissimo ma l'Italia disponeva allora di circa 600.000 letti; le intensivologie erano agli inizi). E oggi?

09 MAR - Trionfano le cronache sull'epidemia ma già si legge qualche riflessione opportuna. Sarebbe inconcepibile non trarre insegnamenti da questa epidemia che rappresenta una grossa occasione per rimettere in discussione molti aspetti della sanità. Annoto qualche pensiero per quanto disordinato.
 
E' evidente che le epidemie influiscono sul PIL, talora in modo drammatico, come nel caso della "peste nera". Si legge che i primi calcoli fanno prevedere un calo del PIL dello 0,7/1% a livello mondiale, con tutte le differenze tra le diverse regioni del globo. Alcuni  forniscono previsioni peggiori, fino al 4,5/5%. La diversità deriva dal differente calcolo di impatto e di durata del picco massimo e dalle diverse previsioni sulla diffusione e sulla mortalità attesa che oscilla tra lo 0,5%, come nella comune H1N1, fino a superare il 4%.
 
Senza essere economista sembra evidente che durante un'epidemia così vasta cala l'offerta di lavoro perché le attività tendono a fermarsi e cala la domanda per la minore disponibilità generalizzata. A ciò si sommano le conseguenze della globalizzazione con le perdite delle borse.

 
Mi ricordo benissimo (ero un giovane medico massimalista) la Hong Kong, la pandemia del '68. Nessuna direttiva, nessuna protezione, 30/40 domiciliari al giorno, non c'era la guardia medica, non ci furono quarantene e nessuno fu isolato. Ricordo tanti servizi in crisi e negozi chiusi. La differenza è che allora, una volta cessata la febbre, la gente riprendeva il lavoro e l'economia, in forte crisi, si rialzò in pochi trimestri. Ci furono circa 20.000 morti (gli ospedali erano stracolmi perché ricoveravamo moltissimo ma l'Italia disponeva allora di circa 600.000 letti; le intensivologie erano agli inizi).
 
E' chiaro che lo sforzo attuale ridurrà il numero dei decessi e questo per un medico è il vero risultato. Sul piano gestionale sussiste il problema dell'insufficienza delle terapie intensive che non possono essere pensate per una pandemia, vi sono limiti invalicabili allo sviluppo dell'offerta di cure.
 
Tuttavia è evidente che un sistema che salva più vite, comporta un impegno sociale ben maggiore. Nel '68 era impensabile un medico in quarantena o un cinema chiuso. Sul piano economico, quale soluzione ha portato costi maggiori, la mancanza di regole o la quarantena? E cosa realmente mette in crisi i mercati? E' possibile pensare a qualche meccanismo di riserva dal momento che le pandemie sono destinate a ripetersi?
 
Un'altra questione concreta è stata sollevata dal documento della SIAARTI, cui il Presidente della FNOMCeO ha correttamente risposto ricordando che problemi siffatti attingono al Codice Deontologico. Tuttavia già nel lontano 1978 era apparso "Scelte Tragiche", il celebre libro di Calabresi e Bobbit di cui posseggo la prima edizione, che mise questo problema sotto gli occhi del mondo. E' possibile curare tutti? Ora ci chiediamo anche se è giusto. In Italia la questione ha sempre avuto scarso risalto, anche nel Comitato Nazionale di Bioetica, ma non possiamo far finta che non esista come talora accade, vedi questione tra il Gaslini e la piccola Tefeeda.
 
Queste due sole questioni sono sufficienti per ampliare la riflessione, limitata alla relazione col paziente, e collocare la deontologia nell'ambito più vasto di quella che oggi si chiama "white economy" e dell'interpretazione moderna dell'art. 32, cioè della sintesi tra diritto dell'individuo e interesse della collettività.
 
Le ristrettezze degli ospedali (ringraziamo tutti i professionisti impegnati che dimostrano come gli antichissimi valori della medicina siano sempre vivi) mettono ancor più in evidenza che la medicina del territorio deve adeguarsi alle esigenze moderne di essere il tramite principale della comunicazione con i cittadini e lo strumento per curare nel territorio la stragrande maggioranza dei casi. I mezzi debbono essere forniti dalle ASL ma il contratto di lavoro deve consentire realmente la creazione di presidi territoriali intorno all'ospedale di riferimento. I medici generali sono stati abbandonati a se stessi, mentre il sindacato nazionale ha saputo ben reagire e proporre alle Regioni soluzioni adeguate.  
 
Come testimone di due pandemie mi colpisce la diversa reazione della gente, della politica e dei mass media, a distanza di pochi decenni. E' materia per sociologi ma interessa anche i medici, gestori primari di questa catastrofe sanitaria.
 
Infine, dopo questa esperienza, nessuno vorrà riproporre il regionalismo differenziato e il secondo pilastro con lo stesso entusiasmo di prima. Merita anche ragionare sul trionfo della medicina virtuale, sui consigli ufficiali di "visitare per telefono", il contrario di quel che vorrebbero i cittadini. Un trionfo apparente perché i malati vogliono vedere il medico non sentirlo via streaming. E ancora merita riflettere sul possesso dei dati, che sembra sfuggire ai medici, intervistati da tutti i mass media, ma spesso isolati nel loro discorso scientifico dalla strumentalizzazione politica che, questa sì, caratterizza la "cinese" di oggi rispetto a quella del '68.
 
Antonio Panti

09 marzo 2020
© Riproduzione riservata


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