Celiachia. Tempistica di introduzione del glutine e allattamento non influiscono sull’insorgenza della malattia

Celiachia. Tempistica di introduzione del glutine e allattamento non influiscono sull’insorgenza della malattia

Celiachia. Tempistica di introduzione del glutine e allattamento non influiscono sull’insorgenza della malattia
Lo afferma uno studio* svolto da ricercatori italiani, pubblicato sul NEJM. Al contrario, il fattore genetico (molecole HLA) aumenta le probabilità di sviluppare la malattia: un semplice test del sangue può rivelare tale situazione. Solo nei bambini ad alto rischio l'introduzione del glutine intorno ai 12 mesi potrebbe ridurre le probabilità di avere la celiachia

In Italia, 600mila persone sono affette da celiachia, ma soltanto 150mila ne sono a conoscenza. Nell’80% dei casi, inoltre, la malattia si manifesta nei primi tre anni di vita: è per questo che viene spesso discussa la tempistica con cui introdurre il glutine nella dieta del bambino ‘a rischio’. Oggi, uno studio* internazionale, svolto da ricercatori italiani e pubblicato su the New England Journal of Medicine, indica che l’introduzione ritardata di glutine e l’allattamento non forniscono una protezione significativa contro lo sviluppo della malattia nei bambini a rischio.
Al contrario, un fattore importante è quello genetico – individuato dalle molecole HLA del sistema immunitario: tale elemento aumenta il rischio del bambino di sviluppare la malattia; in tal caso, inoltre, l’introduzione ritardata del glutine potrebbe dimostrare di avere effetti benefici contro la malattia, riducendone l’impatto sugli organi che si stanno sviluppando.
La ricerca è della Società Italiana di Gastroenterologia (Sigenp) coordinata da Carlo Catassi dell'Università Politecnica delle Marche e Alessio Fasano del Center for Celiac Research and Treatment del Massachusetts General Hospital for Children, sostenuta dalla Fondazione Celiachia e finanziata grazie ai fondi del 5 per mille dell'Associazione Italiana Celiachia (AIC).
 
Dal 2003 al 2008, i ricercatori hanno seguito oltre 700 bambini in 20 centri di tutta Italia all’interno dell’Italian Baby Study on Weaning and CD Risk. Di questi, un gruppo ha ricevuto la prima pappa con il glutine a sei mesi, l'altro a dodici mesi. I ricercatori hanno preso in considerazione la loro dieta, eventuali infezioni intestinali, l’allattamento e i fattori che si pensano essere collegati alla malattia, tenendo sotto controllo tutti i partecipanti allo studio per almeno cinque anni. “I risultati mostrano che il momento di introduzione del glutine non fa alcuna differenza sulla successiva probabilità di sviluppare la celiachia, né abbiamo osservato un effetto protettivo da parte dell'allattamento al seno”, ha spiegato Carlo Catassi, docente di pediatria all'Università Politecnica delle Marche e presidente della Società Italiana di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica. “Possiamo perciò tranquillizzare le mamme: chi non riesce ad allattare al seno non deve sentirsi in colpa, inoltre quando si affronta lo svezzamento non serve aspettare un momento preciso per dare prodotti con il glutine. Nei bambini ad alto rischio, però, un'introduzione tardiva attorno all'anno di età riduce sensibilmente il pericolo di celiachia. Perciò sarebbe molto utile riuscire a individuare precocemente questi piccoli”.
 
 “I dati ci dicono che le mamme celiache possono vivere i primi mesi del loro bimbo senza angustiarsi se non possono allattare al seno e senza modificare il programma per lo svezzamento”, commenta Elisabetta Tosi, Presidente AIC. “Piuttosto, i risultati sottolineano una volta di più come sia possibile e doveroso puntare alla diagnosi precoce, che proprio le mamme celiache sanno quanto sia essenziale per iniziare il percorso verso il benessere: a differenza delle altre malattie, in cui la diagnosi significa iniziare terapie e trattamenti, scoprire la celiachia significa cominciare da subito a stare meglio e recuperare perfino gli eventuali danni instaurati sulla parete intestinale".
 
“Tra i diversi fattori che abbiamo studiato, è molto chiaro che il background genetico è di gran lunga l’elemento più importante nel determinare quali bambini potrebbero sviluppare questa condizione autoimmune”, ha spiegato Alessio Fasano, Direttore del Center for Celiac Research and Treatment, coautore dello studio. “Siamo rimasti particolarmente sorpresi che l'allattamento al seno a qualsiasi età non fornisca alcun effetto protettivo", ha aggiunto.

Il fattore genetico
In base ai dati raccolti, il principale fattore di rischio per la celiachia è risultata la presenza di un gene, HLA-DQ2. I bimbi che ne hanno due copie hanno il 38% di probabilità di essere celiaci contro il 19% dei piccoli che non ne sono portatori. Catassi, inoltre, sottolinea che un semplice test del sangue del genotipo HLA potrebbe rapidamente evidenziare i bambini ‘ad alto rischio’, magari nella direzione di mettere in atto strategie di prevenzione primaria.
 
Viola Rita
 
* E. Lionetti et al., Introduction of Gluten, HLA Status, and the Risk of Celiac Disease in Children, N Engl J Med 2014; 371:1295-1303October 2, 2014DOI: 10.1056/NEJMoa1400697

Viola Rita

03 Ottobre 2014

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