Diabete. Dalla risonanza magnetica in 3D in futuro un aiuto per valutare meglio il rischio di ictus?

Diabete. Dalla risonanza magnetica in 3D in futuro un aiuto per valutare meglio il rischio di ictus?

Diabete. Dalla risonanza magnetica in 3D in futuro un aiuto per valutare meglio il rischio di ictus?
Uno studio su 159 pazienti diabetici asintomatici, di età media di 63 anni, ha messo in evidenza la presenza, in più del 20% dei casi, la presenza di un parametro, chiamato IPH, che potrebbe rappresentare un indicatore di un maggior rischio di ictus. Lo studio della Radiological Society of North America effettuato tramite MRI in 3-D

Un nuovo studio della Radiological Society of North America* (RSNA) ha messo in evidenza, a partire da un campione di 159 pazienti diabetici, la presenza, in più del 20% di loro, di un parametro chiamato ‘emorragia intraplacca IPH’ nelle arterie carotidi, che, secondo gli autori della ricerca, rappresenta un indicatore precoce del rischio di ictus. I risultati di questo studio, condotto mediante tecniche di generazione delle immagini (imaging) a risonanza magnetica in 3 dimensioni, sono appena stati presentati al 101° Meeting annuale della RSNA (RSNA 2015 101st Scientific Assembly and Annual Meeting). 
Secondo i ricercatori della RSNA, dunque, proprio l’impiego di questa tecnica di imaging in 3D potrebbe favorire in futuro una migliore valutazione del rischio di ictus di questi pazienti, anche in assenza di segnali ben noti di attenzione rispetto a tale rischio, come il restringimento delle arterie carotidi. 
 
E’ noto che alcuni pazienti, tra cui le persone con diabete, presentano un rischio di ictus superiore rispetto agli altri individui. Le arterie carotidi sono due piccoli vasi sanguigni che si adoperano per portare sangue ossigenato dal collo alla testa. Il restringimento di questi ‘canali’ è associato al rischio di ictus; in assenza di tale restringimento o in presenza di un fenomeno di dimensioni ridotte, è difficile valutare il rischio di questo importante evento vascolare. 
 
Nello studio, i ricercatori hanno preso in considerazione 159 pazienti con diabete di tipo 2, asintomatici e di età media pari a 63 anni, selezionati a partire da un altro trial condotto tra il 2010 ed il 2013 ed avente come oggetto la loro dieta. 
In questo caso, gli scienziati hanno ‘fotografato’ le carotidi per individuare la presenza di emorragia intraplacca IPH, un indicatore di aterosclerosi avanzata, che dunque rappresenta, secondo i ricercatori, un potenziale segnale di attenzione rispetto alla salute vascolare. In generale, l’aterosclerosi è sindrome che si manifesta attraverso una placca aterosclerotica, ovvero un ispessimento delle arterie, che può portare a diverse malattie ed eventi cardiovascolari, tra cui infarto ed ictus. 
 
"Una recente analisi a partire da vari studi ha dimostrato che persone con restringimento della carotide e con IPH manifestano un rischio di ictus, nel futuro prossimo, da cinque a sei volte superiore rispetto alle persone che non presentano tali elementi”, ha dichiarato l’autore dello studio Tishan Maraj, M.B.B.S., imaging analyst al Sunnybrook Research Institute e candidato M.Sc. presso l'Università di Toronto, in Canada.
In base ai risultati dello studio odierno, 37 dei 159 pazienti diabetici, dunque il 23,3% di loro, presentavano una IPH in almeno una delle due arterie carotidi e cinque di loro in entrambe le arterie. Il parametro IPH è stato rilevato in assenza di stenosi – o restringimento – delle arterie carotidi ed in presenza di un aumentato volume delle pareti delle arterie, misurato dalla MRI in 3 dimensioni. 
 
Riguardo all’emorragia IPH, “è stato sorprendente osservare che così tanti pazienti presentavano questa condizione”, ha dichiarato il dottor Maraj, che aggiunge che “eravamo già a conoscenza del fatto che i pazienti diabetici avessero un rischio di ictus da tre a cinque volte superiore rispetto alle altre persone, così l’IPH potrebbe rappresentare un indicatore precoce di tale rischio che dovrebbe essere monitorato”.
Dunque, secondo i ricercatori, la tecnica MRI in 3 dimensioni potrebbe in futuro rappresentare uno strumento ulteriore per la valutazione della salute vascolare di questi pazienti; inoltre, mentre l’imaging a risonanza magnetica in due dimensioni viene utilizzato da più di un decennio per identificare e caratterizzare le placche delle carotidi, il metodo 3-D offre una performance superiore nella generazione delle immagini, spiegano gli autori dello studio.
 
Tishan Maraj ha sottolineato che lo studio non delinea alcuna conclusione sull’esito delle condizioni dei pazienti e rispetto alla possibilità che gli individui che presentano il parametro IPH sviluppino blocchi della carotide più rapidamente rispetto ai pazienti che non presentano IPH; tuttavia, è risaputo che che il sangue rappresenta un fattore ‘destabilizzante’ della placca che promuove la rottura, innescando una catena di eventi che possono portare ad un ictus, aggiungono sempre gli autori dello studio.
 
Attualmente non esiste alcun trattamento per l’IPH, sottolineano gli esperti, tuttavia il dottor Maraj ha sottolineato che l'identificazione della presenza di questo parametro potrebbe aiutare ad effettuare la stratificazione del rischio e avere applicazioni anche per le persone non diabetiche, concludendo che “anche se non si può trattare l’IPH, è possibile monitorare i pazienti molto più da vicino”.
 
Viola Rita 
 
*La Radiological Society of North America (RSNA) è un’Associazione che comprende più di 54mila radiologi, oncologi radioterapisti, fisici medici e scienziati del settore; la sua sede è Oak Brook, 
I coautori dello studio sono Alan R. Moody, M.D., FRCP, FRCR, Navneet Singh, M.D., Tina Binesh Marvasti, M.Sc., Mariam Afshin, Ph.D., M. Eng., Pascal N. Tyrrell, Ph.D. e David Jenkins, M.D., Ph.D., D.Sc.

Viola Rita

25 Novembre 2015

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