Disturbo bipolare. Quando famiglia vuol dire cura

Disturbo bipolare. Quando famiglia vuol dire cura

Disturbo bipolare. Quando famiglia vuol dire cura
Un trattamento di 12 sessioni focalizzato sulla famiglia è molto più efficace di un trattamento educativo più breve per trattare i sintomi depressivi di bambini e adolescenti a rischio di sviluppare disturbo bipolare e che abbiano almeno un parente di primo grado affetto dallo stesso disturbo. A dirlo uno studio statunitense.

Un intervento costante e prolungato che abbia al centro la famiglia è il modo migliore di tenere sotto controllo i disturbi dello spettro bipolare, ovvero quelli che caratterizzati da un'alternanza di eccitamento e inibizione dell’attività psichica e quindi da alterazioni dell'umore, delle emozioni, dei pensieri e dei comportamenti. Questo in sostanza quanto scoperto in uno studio della UCLA  School of Medicine, dell’Università del Colorado e della Stanford University School of Medicine pubblicato su Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry: la ricerca dimostra come i bambini e gli adolescenti affetti da grave depressione o da forme sottosoglia di disturbo bipolare – e che abbiano almeno un parente di primo grado affetto dallo stesso disturbo – rispondono meglio ad un trattamento di 12 sessioni focalizzato sulla famiglia che ad un trattamento educativo più breve.
                                                    
Il lavoro ha considerato un campione di 40 giovani (di in media 12 anni), a rischio di sviluppare il disturbo bipolare: i partecipanti riportavano diagnosi di gravi problemi depressivi, disordini ciclotimici o disordine bipolare, non diversamente specificato (NOS) (episodi brevi e ricorrenti di mania o ipomania che non rispondono pienamente ai criteri di diagnosi del disturbo bipolare) e avevano almeno un parente di primo grado (spesso un genitore) con disturbo bipolare di primo o secondo grado. Gli studiosi hanno assegnato in modo casuale ai quaranta partecipanti un trattamento incentrato sulla famiglia  ad alto rischio (FFT–HR), consistente in 12 sessioni famigliari in 4 mesi di interventi psicoeducativi (strategie di apprendimento per la gestione dei cambiamenti di umore), educazione comunicativa, problem-solving; oppure 1 o 2 sessioni famigliari informali (controllo educativo, o EC). Dei 40 partecipanti, il 60% stava prendendo farmaci psichiatrici al momento dell’avvio del trattamento, e ha continuato a prendere le medicine consigliate per tutta la durata dello studio. Metà dei partecipanti era stata reclutata e trattata presso l’Università del Colorado, Boulder, e l’altra metà all’Università di Stanford.
 
I partecipanti nelle condizioni FFT–HR sono guariti dai sintomi depressivi iniziali in media in 9 settimane, paragonate alle 21 settimane dei pazienti nella condizione EC. I partecipanti che hanno ricevuto il trattamento FFT–HR hanno trascorso più settimane all’anno esenti da disturbi dell’umore di quelli trattati con EC. Tuttavia, la lunghezza del follow-up (1 anno) è stata troppo breve per valutare se questi bambini svilupperanno o meno il disturbo bipolare. “Ciononostante prendere il disordine bipolare a queste primissime fasi, stabilizzarne i sintomi che si sono già sviluppati e aiutare le famiglie a gestire efficacemente i cambiamenti d’umore dei bambini può avere delle ricadute positive sui risultati a lungo termine del trattamento dei bambini ad alto rischio”, ha concluso David J. Miklowitz, dell’ateneo californiano.

07 Marzo 2013

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