Emicrania. Ketamina efficace in chi non risponde alle terapie

Emicrania. Ketamina efficace in chi non risponde alle terapie

Emicrania. Ketamina efficace in chi non risponde alle terapie
La ketamina sarebbe efficace nel ridurre il dolore da emicrania nei pazienti che non rispondono alle terapie. A dimostrarlo è uno studio statunitense presentato all’incontro annuale dell’American Society of Anesthesiologists a Boston

(Reuters Health) – La ketamina mostra la sua efficacia su tre quarti dei pazienti trattati con un’infusione. Partendo da questa evidenza i ricercatori del Thomas Jefferson University Hospital di Philadelphia  hanno valutato 61 pazienti con emicrania o altra tipologia di mal di testa incurabile, trattati con ketamina tra il 2014 e il 2016. Il dosaggio utilizzato è stato di 1 mg/kg l’ora. Mentre per la valutazione del dolore i ricercatori hanno considerato una scala da zero (nessun dolore) a 10 (dolore peggiore). Il dolore si attestava in media al punteggio di 7,5 al momento del ricovero in ospedale e di 3,4 alle dimissioni.

Una differenza statisticamente significativa, anche rispetto al valore più basso medio riscontrato durante il ricovero, pari a 3,1. Le infusioni sono durate dai tre ai sette giorni, con una media di 5,1 giorni. I pazienti provavano il dolore minimo al quarto giorno. Gli effetti indesiderati, infine, sarebbero stati “generalmente lievi” e non avrebbero obbligato i pazienti a sospendere il trattamento, ad eccezione di uno che avrebbe sospeso la terapia dopo un giorno. Tra gli effetti indesiderati ci sarebbero stati: sedazione, nel 51% dei casi, visione offuscata, nel 38% dei pazienti, nausea/vomito, nel 38%, allucinazioni, nel 28%, sogni vividi, nel 13%, e ipotensione, nel 5%.

Le evidenze
“Più o meno a 30 giorni dopo la dimissione, circa il 40% dei pazienti continua a sentirsi meglio rispetto al dolore che provava prima di rivolgersi al medico. Non è ancora chiaro per quanto tempo permangono i benefici, ma un certo numero di pazienti avrebbe un sollievo duraturo”, dice Eric Schwenk, co-autore della ricerca. Mentre per quel che riguarda i trattamenti ripetuti, “nella nostra esperienza, i pazienti che hanno risposto spesso provano lo stesso sollievo quando tornano per sottoporsi di nuovo alla terapia – sottolinea il ricercatore – anche se questo non è generalizzabile per tutti i pazienti e chi non prova sollievo alla prima infusione potrebbe trarre giovamento da trattamenti successivi”.

Fonte: American Society of Anesthesiologists

Megan Brooks

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Megan Brooks

24 Ottobre 2017

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