I punti interrogativi della gestione peri-operatoria del paziente anticoagulato

I punti interrogativi della gestione peri-operatoria del paziente anticoagulato

I punti interrogativi della gestione peri-operatoria del paziente anticoagulato
Con quanto anticipo interrompere un farmaco prima di un intervento chirurgico e quando reintrodurlo? Come comportarsi in Pronto soccorso con un paziente in terapia anticoagulante? Su questi e altri temi si è confrontato un pool multidisciplinare di esperti a Bologna, durante il 5° convegno di Anticoagulazione.it

Formazione, collaborazione e costruzione di database. Sono queste le parole chiave emerse dalla tavola rotonda sulla gestione peri-operatoria del paziente anticoagulato che si è svolta a Bologna, all’interno del 5° convegno nazionale di Anticoagulazione.it. Chi è in questo regime terapeutico – circa due milioni di italiani – deve essere trattato con una certa attenzione in caso di interventi chirurgici, per minimizzare il rischio emorragico e quello trombotico.

A Bologna anestesisti, medici d’urgenza, ortopedici, esperti di emostasi e trombosi si sono confrontati su come interpretare le linee guida delle rispettive società scientifiche, per riuscire a fare sistema prima di tutto nell’interesse del paziente.  Il convegno, promosso da Fondazione Arianna Anticoagulazione in collaborazione con l’Aipa di Bologna, ogni anno cerca di fare il punto sulla gestione della terapia anticoagulante, facendo luce su ciò che ancora non funziona nel trattamento di questi pazienti.

“Il mondo dell’anticoagulazione e dell’antiaggregazione è abbastanza ricco e la formazione è fondamentale – ha ribadito Astrid Ursula Behr dell’ospedale di Camposampiero (Padova) e rappresentate della Siaarti –. Oggi l’anestesia non è un problema, perché può essere gestita in base allo stato coagulativo del paziente. È però necessario coordinarsi con il chirurgo, che è quello che detta le regole sulla sospensione del farmaco, stabilisce la data dell’intervento e decide quando reinserire nuovamente la terapia”.

Marco Marietta, dell’azienda ospedaliero-universitaria di Modena e rappresentante Siset (Società italiana studio emostasi e trombosi) ha sottolineato come “i dati in letteratura sono scarsi. Le raccomandazioni delle società scientifiche si basano soprattutto sulla farmacocinetica, quindi su dati teorici e non clinici che abbiano dimostrato che quel particolare comportamento garantisce efficacia e sicurezza. Per avere qualche certezza in più, dobbiamo inoltre acquisire dati sul dosaggio dell’attività residua del farmaco e sulla stratificazione del rischio emorragico individuale”.

Anche Michele Diamanti dell’Ulss 2 Marca Trevigiana di Treviso e membro dell’Acemc (Academy of Emergency Medicine and Care) ha evidenziato l’importanza della personalizzazione della terapia: “Probabilmente in futuro sarà importante valutare il dosaggio dei farmaci, individualizzando ulteriormente la terapia dei pazienti. Potrebbe essere una strategia importante da applicare almeno nei pazienti a maggior rischio di sanguinamento”.

10 Febbraio 2020

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