La medicina di genere comincia in laboratorio

La medicina di genere comincia in laboratorio

La medicina di genere comincia in laboratorio
Per molto tempo negli studi clinici e in quelli di laboratorio è stato arruolato un numero significativamente maggiore di maschi. Fino al 1970 la percentuale di femmine non superava il 9%. Questo fenomeno ha prodotto risultati scientifici “traslati” alla popolazione femminile, ma non sufficientemente provati per questo sesso.

(Reuters Health) – Secondo gli scienziati del Wellcome Trust Sanger Institute britannico, ignorare le differenze tra animali maschi e femmine, negli esperimenti per scoprire nuovi farmaci, ha prodotto negli anni riflessi negativi in termini di messa a punto delle terapie. La “medicina di genere”, dunque, nasce in laboratorio e non considerarla significa avere un quadro incompleto della patologia che si sta studiando. “Il sesso ha un impatto significativo sul decorso e sulla gravità di molte malattie comuni e sugli effetti collaterali conseguenti dei trattamenti”, dice Natasha Karp, principale autrice dello studio di prossima pubblicazione su Nature communications.

La premessa
Gli scienziati britannici ricordano che le norme statunitensi che richiedono l’inclusione di entrambi i sessi negli studi clinici umani sono state introdotte 20 anni fa. Nel 2006, tuttavia, solo il 41% delle persone negli studi statunitensi era di sesso femminile; sicuramente un grande passo in avanti se si considera che nel 1970 il sesso femminile rappresentava appena il 9% della popolazione degli studi. Ma ancora troppo poco.

Lo studio
Il team di Karp ha quantificato la differenza tra topi maschi e femmine analizzando circa 230 caratteristiche fisiche relative a più di 50.000 modelli animali. I ricercatori hanno così scoperto che, nel gruppo di controllo, il sesso aveva un impatto sul 56,6% dei tratti quantitativi, come massa ossea, metabolismo e componenti del sangue,  e del 9,9% dei tratti qualitativi, cioè se la forma del cranio, della pelliccia e delle zampe erano normali o anormali. E si è così evidenziato che nei topi mutanti, che avevano un gene spento per scopi sperimentali, il genere di appartenenza ha modificato l’effetto della mutazione nel 13,3% dei tratti qualitativi e fino al 17,7% di quelli quantitativi.

Fonte: Nat Commun 2017

Kate Kelland

(Versione italiana Quotidiano Sanità/ Popular Science)

Kate Kelland

27 Giugno 2017

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