Malattia di Lyme. Lunga terapia con antibiotici inefficace contro sintomi persistenti

Malattia di Lyme. Lunga terapia con antibiotici inefficace contro sintomi persistenti

Malattia di Lyme. Lunga terapia con antibiotici inefficace contro sintomi persistenti
Dolore, spossatezza, disturbi del sonno e riduzione della capacità mentali non migliorano dopo 12 settimane di antibiotici e la qualità della vita percepita è uguale a chi ha assunto un placebo. Sono questi i risultati dello studio PLEASE, pubblicato dal New England Journal of Medicine.

(Reuters Health) – Dodici settimane di terapia antibiotica non hanno portato benefici nell’alleviare i sintomi persistenti della malattia di Lyme, un’infezione causata da batteri della specie Borrellia che nella forma attiva non causa sintomi, ma nel 10-20% dei casi può provocare dolore, spossatezza, disturbi del sonno e perdita di capacità mentali persistenti. A dimostrarlo è stato uno studio clinico, PLEASE; condotto su 280 malati. I risultati della sperimentazione sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.
 
Lo studio
Dopo 12 settimane di terapia con l’antibiotico doxaciclina, 86 pazienti, che si sono volontariamente sottoposti a un questionario per valutare la qualità di vita, hanno fatto registrare un punteggio medio di 35, su una scala che va da 15 a 61, dove 61 indica la migliore qualità di vita. Tra i 96 pazienti che sono stati invece trattati con un’associazione di due antibiotici, claritromicina e idrossichinolone, il punteggio è stato di 35,6, mentre tra i pazienti che avevano assunto solo un placebo, il punteggio medio è stato di 34,8.
 
”I pazienti non hanno riportato nessun beneficio da una prolungata terapia con antibiotici” ha dichiarato Bart Jan Kullberg, professore di medicina e malattie infettive al Radboud University Medical Center di Nijmegen, in Olanda, autore dello studio.
 

All’inizio dello studio, i pazienti si sono sottoposti a due settimane di terapia antibiotica con ceftriaxone endovena, per trattare ogni eventuale infezione in fase attiva. Alla fine della ricerca, i pazienti di tutti e tre i gruppi hanno riportato una riduzione della stanchezza e un miglioramento sia fisico che mentale, che non era però superiore nel gruppo che aveva ricevuto il trattamento antibiotico. “E la qualità della vita non risultava migliore dei pazienti con cancro o artrite reumatoide”, ha spiegato Kullberg. Inoltre, “nessun cambiamento significativo è stato osservato durante le 26 settimane di controllo dalla fine del trattamento con antibiotici, in nessuno dei gruppi”, hanno concluso i ricercatori. Infine, l’unico effetto collaterale importante è stato evidenziato con il ceftriaxone, somministrato all’inizio dello studio. Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) americani, nel 2014, negli Stati Uniti, ci sono stati 25.359 casi di Lyme. La malattia è normalmente trattata con una terapia a breve termine di antibiotici. Ma quando i sintomi diventano persistenti, “non sappiamo quale sia la causa. – ha dichiarato Kullberg– Il motivo potrebbe essere una risposta immunitaria alla infezione primaria, la sensibilizzazione all’infezione o una variazione a livello genetico che prolunga i sintomi dopo l’infezione. Ma la risposta non può essere prolungare la terapia con antibiotici”.

La letteratura precedente
Studi precedenti hanno dato più o meno gli stessi risultati, ha precisato Charles Ericsson, responsabile delle malattie infettive al McGovern Medical School at UTHealth e membro dello staff medico del Memorial Hermann-Texas Medical Center di Houston. “Bisogna però trovare un modo per controllare l’alterazione del sistema immunitario”, ha spiegato l’esperto, che ha paragonato la sintomatologia persistente da malattia di Lyme alla sindrome da stanchezza cronica, per la quale i medici non sono ancora riusciti a trovare una causa. “Abbiamo chiaramente bisogno – ha sottolineato – di ulteriori ricerche per capire come trattare i pazienti con questa malattia”.

“Anche se gli effetti avversi sono stati di lieve entità, il 68,8% dei pazienti ha riferito almeno una reazione avversa correlabile alla terapia farmacologica, il che dovrebbe far diminuire il ricorso a lunghe terapie con antibiotici”, hanno aggiunto Michael Melia e Paul Auwaerter della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora in un editoriale.

Fonte: N Engl J Med 2016

Gene Emery

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) 

Gene Emery

31 Marzo 2016

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