Obesità. Nuovi studi lanciano allarme: “Il problema è ancora più grande di quanto si pensi”

Obesità. Nuovi studi lanciano allarme: “Il problema è ancora più grande di quanto si pensi”

Obesità. Nuovi studi lanciano allarme: “Il problema è ancora più grande di quanto si pensi”
Secondo la New York University i metodi usati fino ad oggi per misurare l'obesità potrebbero essere fallaci. L'errore potrebbe arrivare ad una sottostima del 50% dei casi per le donne e del 25% per gli uomini. In arrivo nuove tecniche per analisi più accurate.

Già dall’inizio del nuovo millennio l’Oms aveva lanciato un allarme obesità, definendo la patologia, insieme a tutti i rischi e i problemi metabolici che la accompagnano, come una vera e propria epidemia estesa a tutto il mondo occidentale. Ma oggi, uno studio pubblicato su PLoS One, svela come gli esperti potrebbero addirittura aver sottovalutato il problema: il metodo generalmente usato per definire la condizione di obesità potrebbe infatti sottodiagnosticare la patologia. La ricerca è stata condotta dalla New York University School of Medicine.
 
Fino ad oggi il metodo standard per distinguere una persona obesa da una persona semplicemente sovrappeso era quello di misurare l’Indice di Massa Corporea (IMC o in inglese BMI, Body Mass Index), un parametro biometrico che mette in relazione peso ed altezza secondo una semplice formula (IMC = peso in kg/ altezza in m al quadrato). Per l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l’obesità è caratterizzata da un IMC ≥ 30 kg/m2 e il sovrappeso da un IMC compreso fra 25 e 29,9 kg/m2. Questo metodo però, secondo alcuni ricercatori statunitensi, potrebbe sottodiagnosticare la condizione rispetto a metodi come quello della scansione Dual Energy X-ray Absorptiometry (DXA), una misura che attraverso un particolare scanner mette in relazione grasso corporeo, massa muscolare e densità ossea.
L’obesità calcolata con il BMI risulterebbe mal calcolata soprattutto per le donne, con errori che sfiorano il 50% delle valutazioni (48%) rispetto agli uomini (25%) e interesserebbe in modo particolare le signore più anziane, le persone che presentano alti livelli di lipidi nel sangue. O gli obesi di peso normale, i cosiddetti “grassi dentro”, come li ha definiti Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC) nel corso dell’ultimo congresso nazionale: si tratterebbe solo in Italia di 6 milioni di persone, ovvero del 25% della popolazione senza problemi di sovrappeso (leggi Quotidiano Sanità).
“La misura dell’Indice di Massa Corporea non è un parametro sensibile, si presta molto all’errore”, ha spiegato Eric Braverman, co-autore dello studio. “Invece facendo verifiche dirette del grasso corporeo si può essere più precisi, anche perché in questo modo si osserva anche dove e come è distribuito il grasso nell’organismo”.
 
Chiaramente, il metodo BMI è ancora quello più conveniente, per via della sua velocità e del costo inesistente. Ma sicuramente, dicono gli autori dello studio, l’equazione dovrebbe essere rivista in modo da calcolare correttamente il grasso. “Anche perché – fanno sapere – le politiche dei governi contro l’obesità si basano su questo tipo di stime di diffusione, che se sono errate o troppo basse possono diminuire le possibilità di fermare l’espansione dell’ ‘epidemia’ di obesità”. Un problema che però secondo i ricercatori può essere ovviato almeno in parte: dallo stesso studio emerge infatti che i livelli di grasso corporeo sono collegati a quelli di leptina nel sangue, quindi se si riuscisse ad usare questo dato insieme al calcolo del BMI forse si potrebbe avere una misura più accurata dell’adiposità. “Anche la American Society of Bariatric Physicians usa il valore della leptina in associazione con l’Indice di Massa Corporea, quando non ci sono a disposizione scanner per le misure più specifiche”, hanno concluso i ricercatori. “Per rendere più facile l’analisi di questi valori si potrebbe ad esempio pensare di stilare delle tabelle che mettono in correlazione i due numeri”.
 
Laura Berardi

04 Aprile 2012

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