Pemigatinib: una terapia mirata per il colangiocarcinoma in assenza di altri trattamenti di seconda linea. Intervista al Prof. Beretta

Pemigatinib: una terapia mirata per il colangiocarcinoma in assenza di altri trattamenti di seconda linea. Intervista al Prof. Beretta

Pemigatinib: una terapia mirata per il colangiocarcinoma in assenza di altri trattamenti di seconda linea. Intervista al Prof. Beretta
Il colangiocarcinoma è una malattia rara, per cui sono disponibili poche opzioni terapeutiche: dopo chemioterapia di prima linea la maggior parte dei pazienti non risponde più al trattamento e i farmaci di seconda linea sono poco efficaci. Per queste ragioni il parere positivo del CHMP per l'uso di pemigatinib in una sottopopolazione di pazienti affetti da questo tumore offre un'importante opportunità di trattamento, come spiega in un'intervista a Quotidiano Sanità il presidente dell'Aiom

Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Ema ha espresso il parere positivo per l’immissione in commercio del farmaco pemigatinib, prodotto dalla casa farmaceutica americana Incyte, per il trattamento di pazienti adulti con colangiocarcinoma. Il pemigatinib rappresenta un’importante opzione terapeutica per i pazienti che non hanno a disposizione trattamenti di seconda linea veramente efficaci, come ci spiega in un’intervista il Professor Giordano Beretta, Presidente AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica) e Responsabile dell’Unità Operativa dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni Bergamo.

Professore, quali sono i numeri del colangiocarcinoma in Italia?
Parliamo di numeri relativamente piccoli: i colangiocarcinomi attesi in Italia nel 2020 erano circa 5.400, questo dato include sia i carcinoma intra-epatici che gli extra-epatici. Gli intra-epatici (che costituiscono il 50% dei casi di colangiocarcinoma) si presentano più spesso in fase avanzata e sono di più difficile gestione. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi per questa patologia è bassa, tra il 5 e il 15%.

Quali sono le opzioni terapeutiche a disposizione dei pazienti?
Come dicevo, il tumore viene spesso diagnosticato in fase avanzata e in questi casi non c’è spazio per un intervento chirurgico risolutivo. Nei casi rari in cui viene diagnosticata precocemente si può procedere alla chirurgia o a trattamenti loco-regionali, ma la maggior parte delle volte viene trattato con la chemioterapia (questo tumore è scarsamente sensibile alla radioterapia che quindi non viene usata). Neanche con la chemioterapia, però, si raggiungono dei risultati particolarmente soddisfacenti: la percentuale di risposta al trattamento difficilmente supera il 30%, forse migliora leggermente quando vengono usati due farmaci contemporaneamente.
Comunque la maggior parte dei pazienti a un certo punto non risponde più alla terapia di prima linea. Bisognerebbe in questi casi ricorrere a una terapia di seconda linea, il problema è che non ci sono farmaci così efficaci da diventare un trattamento di seconda linea ottimale (l’efficacia dei farmaci testati negli studi di fase due difficilmente supera i 4 mesi).

Cosa implica, per il trattamento di questa patologia, il parere positivo del CHMP per pemigatinib e quanto è importante una veloce messa a disposizione del farmaco?
Pemigatinib  ha un’attività più elevata rispetto a quella di altri farmaci usati in seconda linea o in linee successive di trattamento. I risultati sono interessanti, in una piccola percentuale di pazienti si sono addirittura verificate delle risposte complete, quindi la malattia è scomparsa. Inoltre, la durata della risposta può essere anche abbastanza lunga, rispetto agli altri trattamenti.
Il parere positivo dell’Ema può essere davvero importante per i pazienti affetti dalla patologia perché offre la possibilità di un trattamento aggiuntivo che in questo momento, di fatto, non hanno. Appare quindi importante che si possa avere la disponibilità del farmaco in tempi non lunghi.

Per quali pazienti è indicata la molecola?
Il nuovo farmaco è efficace in un sottogruppo di pazienti che presentano un’alterazione molecolare particolare: fusioni o riarrangiamenti del recettore 2 del fattore di crescita dei fibroblasti (FGFR2).

Questo rappresenta da un lato un limite, perché ci sono dei pazienti che non traggono beneficio dalla molecola; d’altra parte il fatto che si tratti di una terapia mirata è un vantaggio: i pazienti interessati sono circa 200-250 (si tratta del 10-15% dei colangiocarcinomi intraepatici) all’anno, quindi il trattamento non dovrebbe avere un impatto economico severo.

Il 12 febbraio è la giornata mondiale del colangiocarcinoma. Qual è il senso di questa giornata e perché è importante?
L’istituzione di una giornata mondiale è un modo per richiamare l’attenzione sul problema. Ogni giorno più di 500 pazienti muoiono di cancro in Italia. Qualunque iniziativa che ponga l’attenzione su queste patologie e sull’esistenza di nuovi trattamenti che prima non erano presi in considerazione, crea informazione per il pubblico e necessità di formazione per gli operatori. In particolare per le patologie rare, come il colangiocarcinoma, la giornata mondiale permette proprio di parlare di una malattia che altrimenti non verrebbe considerata.
 
C.d.F.

C.d.F.

08 Febbraio 2021

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