Per nutrirsi, il cancro fa da sè

Per nutrirsi, il cancro fa da sè

Per nutrirsi, il cancro fa da sè
Ecco perché gli inibitori dell’angiogenesi non hanno ottenuto i risultati sperati. Il tumore è in grado di costruire in proprio i vasi sanguigni attraverso cui si nutre.
Uno studio coordinato dall’Istituto superiore di sanità e un altro condotto dal Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, pubblicati in contemporanea su Nature, puntano il dito sulle cellule staminali tumorali.

Quando nel 2004 bevacizumab (Avastin) era arrivato sul mercato era stato salutato come il primo di una nuova classe di farmaci che, affamando il tumore, lo avrebbero estinto. Avastin è infatti il primo inibitore dell’angiogenesi: sviluppando l’idea di Judah Folkman secondo cui i tumori dipendono dai vasi sanguigni circostanti per sopravvivere e crescere, il farmaco inibisce i segnali che consentono la crescita di nuovi vasi. Ciò – si sperava – si sarebbe potuto tradurre in un blocco della crescita del tumore o addirittura in una sua regressione.
Così non è stato: gli inibitori dell’angiogenesi consentono un rallentamento della progressione del tumore ma non lo fanno morire di fame. Il cancro trova altre vie per nutrirsi e due studi – uno dei quali coordinato dall’Istituto superiore di sanità – pubblicati in contemporanea su Nature adesso spiegano quali sono queste vie.
Il tumore, semplicemente, non soltanto induce le cellule sane a produrre vasi sanguigni nelle sue immediate circostanze: è in grado di crearli “in proprio”. 
In entrambi gli studi, i ricercatori hanno lavorato con cellule di glioblastoma, il più aggressivo dei tumori cerebrali.
I ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, la Fondazione IRCCS Carlo Besta di Milano e l’Università di Palermo hanno dimostrato che una proporzione oscillante tra il 20 e il 90 per cento delle cellule endoteliali – “cioè delle cellule che normalmente sono deputate alla formazione dei vasi del sangue”, ha spiegato Ruggero De Maria, direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia Molecolare dell’Iss – sono caratterizzate dalle stesse alterazioni del genoma proprie delle cellule tumorali. Ciò significa che una parte significativa dell’endotelio vascolare ha origine neoplastica”, scrivono i ricercatori.

Staminali tumorali
Come ciò sia possibile è presto detto: “ricerche recenti hanno ipotizzato che una popolazione di cellule staminali neurali aberranti è responsabile dello sviluppo di questo tumore. Il nostro studio ha dimostrato che le cellule staminali del glioblastoma sono in grado di costruire la rete di vasi sanguigni necessari per alimentare e far crescere il tumore”, ha spiegato il neurochirurgo della Cattolica Giulio Maira. Iniettate in topi, infatti, le cellule staminali del glioblastoma hanno dimostrato di essere in grado di riprodurre il tumore e i vasi attraverso cui si alimenta.
 
Sempre un passo indietro
Un passo in più è stato fatto dal secondo studio pubblicato su Nature. La ricerca, condotta da ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, oltre a produrre risultati perfettamente sovrapponibili allo studio italiano sull’origine neoplastica di una parte dei vasi sanguigni che nutrono il tumore, è riuscita a spiegare perché gli inibitori dell’angiogenesi consentono di ottenere soltanto risultati limitati: Avastin e soci arrivano troppo tardi nella catena degli eventi. “Inibiscono la maturazione dei progenitori tumorali endoteliali in endotelio, ma non la differenziazione delle cellule CD133+ in progenitori endoteliali”, scrivono i ricercatori.
In pratica questi medicinali non consentono ai vasi “immaturi” di giungere a pieno sviluppo, ma nulla possono sulla trasformazione delle cellule staminali tumorali in vasi “immaturi”. E “dal momento che le cellule tumorali sono geneticamente instabili, per loro è facile bypassare gli inibitori dell’angiogenesi”, ha dichiarato la principale autrice dello studio americano, Viviane Tabar. Che ha aggiunto: “Sarebbe emozionante se altre cellule tumorali manifestassero lo stesso fenomeno”.
 
Scenari
Intanto il pensiero va a come incidere su questo fenomeno che, per il momento, non ha consentito di ottenere quanto promesso da una classe di farmaci su cui comunità scientifica e malati avevano riposto le loro speranze. “Questa ricerca, finanziata dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, mette un punto su quello che potrà essere un cardine importante da cui ripartire per ripensare le strategie terapeutiche future della lotta contro il cancro”, ha affermato il presidente Iss Enrico Garaci.
Ma la scoperta non significa una bocciatura della terapia antiangiogenica.
“Significa che abbiamo bisogno di identificare più di un farmaco che colpisca i vasi sanguigni di origine sia tumorale sia non tumorale o un meccanismo molecolare comune che sia condiviso sia dal tumore sia dai vasi sanguigni”, ha spiegato il biologo dell’University of California di San Diego nel notiziario di Nature.
E proprio su quest’ultimo aspetto stanno lavorando i ricercatori del Besta: “stiamo cercando di definire con precisione i meccanismi molecolari coinvolti nella produzione dei vasi da parte delle cellule staminali tumorali per individuare i bersagli terapeutici suggeriti da questa importante ricerca”, ha dichiarato Eugenio Parati, Direttore del Laboratorio di Neurobiologia Cellulare della Fondazione Besta di Milano.

Antonino Michienzi 

23 Novembre 2010

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