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Ricerca clinica. Il territorio può diventare la porta d’accesso agli studi: il ruolo chiave di medici di famiglia e pediatri di libera scelta
Al Clinical National Summit il confronto sul coinvolgimento di MMG e PLS nei percorsi di ricerca. Dalla formazione alla necessità di reti strutturate, il territorio viene indicato come snodo decisivo per orientare i pazienti verso gli studi clinici
Quando si parla di ricerca clinica il pensiero corre quasi automaticamente ai grandi ospedali, agli IRCCS e ai centri altamente specializzati. Eppure, il primo contatto del cittadino con il Servizio Sanitario Nazionale avviene molto prima, negli studi dei medici di medicina generale (MMG) e dei pediatri di libera scelta (PLS). È da questa considerazione che ha preso le mosse il confronto promosso nell’ambito del Clinical National Summit, dedicato al ruolo delle cure primarie nel favorire una maggiore conoscenza delle opportunità offerte dalla ricerca clinica e nel supportare l’orientamento dei pazienti verso percorsi di valutazione presso i centri sperimentali competenti. Al confronto, condotto dalla giornalista Marzia Caposio, hanno preso parte Guido Rasi, già Direttore Esecutivo EMA, Consulente Ministero della Salute, Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato MSD Italia, Paola Fattore, Direttore Ricerca Clinica MSD, Pier Luigi Bartoletti, Vicesegretario Nazionale Vicario Federazione Italiana Medici di Famiglia – FIMMG, Gianmarco Rea, Segretario Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG, Antonio D’Avino, Presidente Federazione Italiana Medici Pediatri – FIMP e Alfredo Cuffari, Presidente nazionale SNaMID.
La domanda posta in apertura dei lavori è stata tanto semplice quanto centrale: il territorio può diventare non soltanto luogo di presa in carico, ma anche punto di orientamento tempestivo e appropriato verso la ricerca clinica? Una domanda che appare quasi retorica se si considera la capillarità di medici di famiglia e pediatri e il rapporto di fiducia privilegiato che queste figure costruiscono con i pazienti nel corso degli anni. Più complesso, invece, capire cosa manchi per trasformare questa potenzialità in un modello organizzato.
A delineare il quadro è stato Guido Rasi. Se da un lato l’Italia continua a esprimere centri di eccellenza e una ricerca clinica riconosciuta per qualità e capacità scientifica, dall’altro continua a scontare frammentazioni normative, organizzative e territoriali che ne riducono la competitività rispetto agli altri Paesi europei. In questo contesto, il territorio rappresenta una risorsa ancora largamente sottoutilizzata. Non soltanto perché può contribuire a una più tempestiva individuazione di pazienti potenzialmente eleggibili per una valutazione presso i centri di ricerca, ma anche perché può fornire elementi informativi utili alla comprensione degli esiti delle terapie innovative nella pratica clinica. “Il territorio è forse la più grande sorgente di conoscenza che ci neghiamo”, ha osservato Rasi, indicando nella piena integrazione tra ricerca clinica e Servizio sanitario nazionale uno degli obiettivi strategici per il futuro.
Un tema che si intreccia inevitabilmente con quello della competitività del Paese e della capacità di attrarre investimenti. Per Nicoletta Luppi, innovazione e ricerca non possono svilupparsi senza una logica di rete. Lasciare ai margini medicina generale e pediatria significa rinunciare a una parte fondamentale dell’ecosistema dell’innovazione. “È un lusso che non ci possiamo più permettere”, ha affermato, richiamando l’attenzione sul contesto internazionale in cui Stati Uniti e Cina stanno aumentando gli investimenti per attrarre ricerca e sviluppo, mentre l’Europa rischia di perdere terreno.
Luppi ha ricordato come la ricerca clinica generi in Europa oltre 35 miliardi di euro di valore aggiunto lordo e circa 2,6 miliardi in Italia, numeri che testimoniano non solo il valore sanitario, ma anche quello economico e sociale dell’innovazione. Per questo, secondo la presidente di MSD, occorre lavorare contemporaneamente su più fronti: rendere il Paese più attrattivo, semplificare i processi burocratici, incentivare gli investimenti e costruire modelli capaci di valorizzare il contributo delle cure primarie.
Ma se il potenziale del territorio appare evidente, emergono ancora numerose criticità sul piano culturale e organizzativo. A partire dalla scarsa familiarità che molti professionisti hanno con il mondo della ricerca clinica. Pier Luigi Bartoletti ha raccontato come spesso siano gli stessi pazienti a rivolgersi al medico di famiglia per chiedere chiarimenti, e la domanda che ricorre più frequentemente è sempre la stessa: “Dottore, faccio la cavia?”. Un interrogativo che evidenzia quanto sia ancora limitata la conoscenza della ricerca clinica tra i cittadini e quanto il medico di fiducia possa svolgere un ruolo decisivo nel rassicurare e accompagnare il paziente verso una scelta consapevole.
La questione culturale è stata richiamata anche da Gianmarco Rea, secondo il quale il tema della ricerca clinica non è ancora entrato stabilmente nel bagaglio professionale della medicina generale. Per questo, ha osservato, non basta chiedere un maggiore coinvolgimento dei medici di famiglia: è necessario che cambi anche l’approccio dei decisori e che si sviluppi una cultura della ricerca diffusa all’interno del sistema.
La formazione emerge così come uno dei principali snodi da affrontare. Un aspetto sottolineato anche da Alfredo Cuffari che ha ricordato la necessità di competenze specifiche sulle metodologie e sul rigore richiesto dagli studi clinici. Accanto alla formazione, tuttavia, servono regole applicative chiare e percorsi organizzativi definiti, per evitare che gli ostacoli burocratici continuino a limitare il coinvolgimento della medicina generale nelle attività di ricerca.
Se queste considerazioni riguardano l’intero ambito delle cure primarie, assumono una rilevanza ancora maggiore quando si parla di età pediatrica. Antonio D’Avino ha ricordato come il territorio rappresenti un osservatorio privilegiato anche per la ricerca nei minori e come la pediatria di famiglia disponga di reti professionali già presenti in tutte le regioni. Eppure, ha osservato, queste risorse vengono ancora coinvolte troppo raramente. Nel caso dei bambini il tema dell’accesso agli studi si accompagna inevitabilmente a quello delle garanzie etiche, del consenso informato e della tutela del minore. Proprio per questo il rapporto fiduciario costruito nel tempo tra pediatra e famiglia diventa un elemento essenziale per accompagnare percorsi di ricerca sicuri e consapevoli.
Sul piano operativo, a riportare il dibattito sul paziente è stata Paola Fattore. Oggi, ha spiegato, gli studi clinici vengono condotti prevalentemente nei centri ospedalieri e le informazioni sui trial attivi sono pubblicamente disponibili, ma spesso difficili da individuare e interpretare. È qui che il contributo di MMG e PLS può fare la differenza. Non soltanto segnalando possibili opportunità, ma aiutando il paziente a comprendere che cosa sia la ricerca clinica, quali garanzie offra e quali prospettive possa aprire in termini di accesso a nuove opzioni terapeutiche.
Secondo Fattore, il vero nodo resta il coinvolgimento strutturato del territorio. Un coinvolgimento che passa necessariamente attraverso la formazione e l’aggiornamento professionale. Proprio in questa direzione si inserisce l’iniziativa sostenuta da MSD e presentata durante l’incontro, che punta a mettere a disposizione dei professionisti delle cure primarie un percorso formativo dedicato alla ricerca clinica e strumenti utili per individuare gli studi attivi sul territorio.
L’obiettivo, ha spiegato, è contribuire a costruire una maggiore consapevolezza e rendere più semplice l’accesso alle informazioni necessarie per orientare i pazienti. Perché se la ricerca clinica rappresenta un’opportunità di cura, questa opportunità può concretizzarsi soltanto quando le persone vengono raggiunte dall’informazione corretta nel momento giusto.
Ed è proprio sul concetto di valore che si è chiuso il confronto. Valore della ricerca, valore dell’innovazione, valore delle cure primarie e del rapporto di fiducia che lega professionisti e pazienti. Un patrimonio che, secondo i partecipanti, il Servizio Sanitario Nazionale non può più permettersi di lasciare ai margini se vuole rendere la ricerca clinica una possibilità realmente accessibile per tutti.
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