Sclerosi sistemica: dalla Cattolica una nuova strategia terapeutica

Sclerosi sistemica: dalla Cattolica una nuova strategia terapeutica

Sclerosi sistemica: dalla Cattolica una nuova strategia terapeutica
Una ricerca appena pubblicata su Arthritis Research & Therapy individua una nuova modalità di intervento per combattere la sclerodermia, una grave malattia autoimmune che colpisce una persona ogni mille abitanti.

Una nuova strategia terapeutica contro la sclerosi sistemica, una grave malattia autoimmune caratterizzata da un ispessimento locale o generalizzato dei tessuti, è stata messa a punto da un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Roma.La sperimentazione è stata condotta su soltanto nove pazienti, ma la novità dell’approccio e l’efficacia dimostrata gli hanno fatto conquistare la pubblicazione su una delle più importanti riviste di reumatologia, Arthritis Research & Therapy, oltre che un editoriale a essa dedicato.
“Ciò che rende il nostro lavoro originale – ha spiegato Gianfranco Ferraccioli, fra gli autori della ricerca e direttore dell’UO di Reumatologia della Cattolica di Roma – è che fa chiarezza sulle caratteristiche di una malattia molto complessa, come tutte le malattie autoimmuni, e i cui pazienti spesso non hanno altra prospettiva che quella di doversi sottoporre a prolungati cicli di terapie immunosoppressive citotossiche se non addirittura a un intervento terapeutico di trapianto di midollo”.
Il gruppo di ricercatori ha infatti chiarito il ruolo delle cellule B del sistema immunitario, finora considerate “spettatrici innocenti” e che invece nella sperimentazione hanno dimostrato di essere l’obiettivo terapeutico ideale perché sono le cellule responsabili della risposta abnorme del sistema immunitario da cui origina la malattia autoimmune.
“Con l’importante contributo dell’Istituto di Istologia – ha illustrato il reumatologo – abbiamo agito proprio sulle cellule B che, in caso di patologia, producono gli anticorpi contro costituenti dell’organismo. Le abbiamo quindi eliminate con un farmaco biologico, che, associato a una dose di immunosoppressore molto bassa, ha prodotto risultati migliori rispetto ai trattamenti tradizionali che normalmente causano tanti effetti collaterali”.
Il gruppo di ricercatori della Cattolica, nonostante il numero limitato di pazienti studiati, è riuscito inoltre a individuare una finestra di opportunità terapeutica: se i farmaci vengono utilizzati entro 2-3 anni dall’esordio della malattia il risultato è decisamente importante.
“Come suggerisce l’editoriale della rivista che accompagnava e lodava il nostro articolo – ha concluso Ferraccioli – stiamo lavorando su più pazienti per confermare i nostri primi promettenti risultati. Ma c’è una cosa che ci sembra importante. Mentre si riteneva che a determinare il successo della strategia terapeutica fosse la presenza della cellula bersaglio a livello degli organi, noi abbiamo dimostrato che l’effetto della terapia è sistemico: in altre parole, possiamo migliorare il decorso della malattia modulando il sistema immunitario in tutto l’organismo senza dover agire a livello di singolo organo”.


 


Antonino Michienzi 

14 Giugno 2010

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